Formazione animatori: l’animatore, una funzione

Torniamo a parlare di animazione e formazione degli animatori, attraverso la nostra rubrica “Formazione animatori” inaugurata l’anno scorso per affiancare il percorso formativo dei candidati Leader TGS Eurogroup per l’Estate TGS: attraverso le pagine di questo blog proporremo anche quest’anno, di settimana in settimana, alcune riflessioni sul significato vero di fare animazione, prendendo spunto da siti web che si riconoscono nel Movimento Giovanile Salesiano, nelle realtà diocesane e negli oratori di tutta Italia. Ci auguriamo che questo confronto di esperienze possa rivelarsi prezioso anche a completamento del percorso formativo dei nostri Leader TGS.
Riprendiamo oggi a parlare della figura dell’animatore, attraverso alcuni testi ormai classici tratti dalla rivista “Note di Pastorale Giovanile”, da quasi 50 anni luogo di stimolo e di dibattito, di offerta di riflessioni, materiali ed esperienze, frutto della comune riflessione di amici e di tanti operatori pastorali, nell’ispirazione del carisma di don Bosco 
e delle riflessioni e proposte ecclesiali. Nell’articolo di oggi l’autore Mario Pollo ci parla della funzione dell’animazione.

animatore - work in progressLa funzione dell’animazione è nel contesto culturale italiano una delle più indefinite e generiche. Sotto molti aspetti essa è assimilabile all’albergo spagnolo dei vecchi proverbi ossia a quell’albergo in cui chi arriva trova le cose che vi porta. Questa situazione è dovuta al fatto che in Italia, a differenza di altre nazioni, questa funzione non appartiene ancora organicamente al sistema sociale e quindi ad essa non corrispondono uno status ed un ruolo definiti, né tantomeno un curricolo preciso di studi e di esperienze che conduce ad essi. Il non riconoscimento della funzione dell’animazione a livello del sistema sociale non significa però che all’interno dello stesso non vi siano persone, gruppi e istituzioni che riconoscono l’utilità di questa funzione e la svolgano in modo privatistico.
E’ evidente che in questi casi l’animazione rappresenta una funzione marginale definita solo all’interno di piccole aree della vita sociale tra di loro separate.
E’ la stessa marginalità dell’animazione che fa sì che con essa si designino funzioni sociali affatto distinte e diverse, che vanno da quella ricreativa di pura evasione a quella socioterapeutica. Il non riconoscimento della funzione dell’animazione nel sistema sociale e la conseguente sua indeterminatezza sono a mio avviso responsabili, almeno in parte, della grave crisi di identità che travaglia molti animatori oggi.

VERSO UNA DEFINIZIONE DI ANIMAZIONE

Oltre che nel mancato riconoscimento da parte del sistema sociale, l’indeterminatezza della funzione dell’animazione trae origine dallo stesso modo in cui è andata definendosi attraverso le esperienze pratiche, le ricerche e le riflessioni di natura squisitamente teorica che ha portato a individuare l’animazione in una funzione sociale complessa ricca di molti sottoinsiemi al suo interno e non facilmente delimitabile.
Molti modi infatti di intendere l’animazione diversi tra di loro altro non sono che interpretazioni parziali e riduttive del concetto di animazione colto nella sua globalità.
Ad esempio, la concezione dell’animazione come socio-terapia è contenuta, come parte, in quella generale laddove indica un metodo e delle tecniche atte a favorire la liberazione della personalità degli individui da quei condizionamenti endogeni ed esogeni che ne limitano lo sviluppo, l’armonia e la capacita di apprendimento.
Questo non vuol dire però che la socioterapia si identifichi con l’animazione ma solo che entrambe in alcuni casi convergono verso l’identico scopo utilizzando metodi e strumenti simili.
Alcuni metodi socioterapeutici, molto diluiti tra l’altro, possono essere una delle strumentazioni attraverso cui il metodo generale dell’animazione si declina in particolari situazioni.
Risulta chiaro da questo esempio perché si consideri una sorta di riduttivismo quelle concettualizzazioni dell’animazione che si rifanno ad un insieme limitato e parziale di scopi, di strumenti, di tecniche e di metodi che appartengono si all’animazione ma non la esauriscono, essendo solo alcuni degli elementi di un insieme più vasto.
Se l’animazione può dar vita a un elevato numero di sottoinsiemi, che pretendono di essere essi stessi già e compiutamente animazione, allora si capisce perché il concetto di animazione risulta essere per molti aspetti ancora indeterminato a livello sociale e sia sempre più necessaria una sua univoca definizione.

L’animazione al crocevia di educazione, socializzazione, inculturazione
La prima difficoltà che si incontra nel procedere alla definizione dell’animazione è quella connessa alla sua collocazione all’interno di una particolare funzione, tra quelle generali, del sistema sociale. Infatti essa è indubbiamente, a una prima osservazione, una funzione educativa ma allo stesso modo anche socializzante ed inculturante. Non sembra perciò possibile definirla solamente funzione educativa aut inculturante aut socializzante.[1] Si può dire che essa in qualche modo appartenga a tutte e tre le funzioni e nello stesso tempo a nessuna di esse. Questa paradossalità dell’animazione non deve far pensare che essa sia contraddittoria, essendo ai logici da tempo noto che paradossalità e contraddittorietà sono ben lungi dall’essere sinonimi.
Il paradosso della funzione dell’animazione nasce dal fatto che essa si pone come un processo, educativo in senso lato, che investe l’individuo nella sua totalità e quindi tanto la sua sfera mentale-intellettiva, quanto quella affettivo-emotiva e quella sociale. Essa infatti considera individui che vivono in un dato segmento socio-culturale, storicamente definito e si pone come obiettivo un loro rapporto più critico e completo con la cultura sociale da un lato e dall’altro lo sviluppo della loro personalità al di là di quelle limitazioni che le condizioni sociali, il potere, l’ambiente, la stessa loro volontà e capacità hanno determinato.
Questi obiettivi non sono raggiungibili attraverso la sola azione educativa ma richiedono anche l’intervento nei processi di socializzazione nella loro dimensione psicologica, sociologica ed antropologica (inculturazione). Essa tuttavia non può essere vista come la somma delle tre funzioni in quanto copre solo parzialmente ognuna di esse. L’animazione si situa piuttosto al confine di tutte e tre queste funzioni ponendosi lo scopo della loro convergenza unitaria ed armonica in un processo di maturazione e di liberazione degli individui e dei gruppi sociali. Essa è quindi la funzione integratrice, intenzionale, articolata in un metodo, delle funzioni educativa, socializzante ed inculturante. Essa dovrebbe consentire all’individuo una integrazione coerente efficace ed autogestita degli effetti che le tre funzioni, formative in senso lato, esercitano su di lui a volte in modo contraddittorio ed incoerente.

L’obiettivo: abilitare l’individuo a controllare i processi formativi a cui è sottoposto
Quante volte i dati dell’educazione e della socializzazione sono in contraddizione tra di loro, oppure, caso più comune, violano la libertà, la possibilità degli individui di crescere in modo adeguato alle loro potenzialità. L’animazione si pone il compito, difficile ma non per questo utopico, di abilitare l’individuo a divenire committente o perlomeno partecipante attivo e critico dei processi educativi, socializzanti ed inculturanti che permeano la sua quotidiana esistenza. In altre parole significa dare la possibilità all’individuo di controllare, attraverso la creatività e il dominio critico della ragione, quei processi per mezzo dei quali il potere e la cultura sociale condizionano in qualche modo il suo modo di essere.
Ancora una precisazione. Quando affermo che l’animazione è una attività intenzionale intendo che essa è conforme ad un senso ed ad uno scopo oltre ad essere riflessiva e cosciente, così come affermando che essa si declina attraverso un metodo intendo affermare che tutti gli interventi sono organizzati ed ordinati in base ad alcuni ben precisi principi ed a chiare regole logiche.
L’intenzionalità e la metodicità sono le chiavi per capire come essa possa tra i suoi scopi porre quello di abilitare l’individuo a controllare in qualche modo, criticamente, i processi formativi a cui è continuamente sottoposto, siano essi educativi, socializzanti od inculturanti. Essa dovrebbe cioè consentire alle persone di rendersi coscienti di fronte ai processi formativi intenzionali e non, metodici e non, e renderle capaci di intervenire su di essi in modo attivo e partecipe, orientandoli verso quegli obiettivi che essi ritengono necessari alla loro evoluzione e crescita umana.
E’ questo il senso da dare alla affermazione secondo cui l’animazione non è né una semplice funzione educativa né tantomeno una funzione socializzante-inculturante, ma bensì una funzione particolare che si situa con intenzione di coordinamento ai confini di tutte e tre.

L’animazione come metodo formativo
L’animazione si pone quindi come un metodo formativo in senso lato che deve consentire all’individuo di partecipare attivamente, creativamente e criticamente alla gestione dei processi che il sistema sociale in cui è inserito ha attivato affinché egli possa sviluppare le sue specifiche caratteristiche, la sua personalità, e nello stesso tempo svolgere un ruolo utile secondo le regole ed i fini del sistema stesso, assorbendo anche tutta la irrepetibile esperienza umana che è cumulata nella sua cultura.
L’animatore è colui che deve con la massima competenza ed abilità gestire questa funzione sociale, necessariamente evolutiva e liberante, a cui non è richiesto il possesso di particolari conoscenze che non siano quelle inerenti il metodo e le tecniche dell’animazione.
Questo non significa ridurre la complessità della funzione che l’animatore deve svolgere, ma solo specializzare il suo svolgimento sottraendolo alla genericità, alla improvvisazione ed all’arbitrarietà più sfrenata.
Specializzare la funzione dell’animazione significa di fatto andare alla sua professionalizzazione.

L’ANIMATORE PROFESSIONALE

Per prima cosa devo chiarire che con la allocuzione «animatore professionale» non intendo affermare che l’animazione debba essere svolta solo a tempo pieno da persone che lo fanno per mestiere, ma alludere ad un discorso più articolato. Personalmente penso che possa essere considerato animatore professionale anche quel volontario, che lo fa cioè nel tempo libero in modo gratuito, purché lo svolgimento della sua funzione sia rispondente a determinati criteri. Un animatore per essere considerato professionale deve possedere i seguenti requisiti:
– un bagaglio di conoscenze tecnico-scientifiche accertato e validato dal gruppo sociale in cui vive ed opera;
– una maturità ed un allocentrismo adeguati al ruolo;
– il riconoscimento sociale del suo ruolo e quindi l’essere soggetto al controllo sociale nello svolgimento dello stesso.

Il bagaglio di conoscenze tecnico-scientifiche dell’animatore
Quando parlo di conoscenze tecnico-scientifiche non intendo restringere il significato della proposizione al fatto che l’animatore deve possedere certe nozioni di natura teorica ma anche sottolineare che esse devono essere accompagnate da un corrispondente ed adeguato insieme di attitudini, di strumenti e di abilità pratiche.
Questo per affermare che per divenire animatori non è sufficiente lo studio di determinate discipline, ma è necessario sottoporsi anche a determinate esperienze di tipo pratico.
Il curricolo formativo deve consentire all’animatore di portare a sintesi le proprie conoscenze teoriche con la capacità fattuale, pratica di operare nella realtà in modo efficace ed in accordo con esse. Conoscere la dinamica di gruppo, ad esempio, non significa saper automaticamente gestire un gruppo, sia esso terapeutico od educativo. Lo stesso discorso vale per il possesso di una determinata strumentazione tecnica; infatti non è la stessa cosa sapere in teoria come si guida un’automobile e saperla effettivamente guidare.
Le attitudini infine per passare da un livello potenziale ad uno fattuale richiedono anch’esse, condizioni esperienziali del tutto particolari.
Dovrebbe essere a questo punto sufficientemente chiaro che per acquisire un bagaglio tecnico-scientifico idoneo allo svolgimento della funzione dell’animazione è necessario seguire un itinerario, che passa tanto attraverso studi teorici quanto attraverso tirocini, esperienze esistenziali e sperimentazioni empiriche.
E’ d’altronde questa un’esigenza condivisa da tutte quelle professioni che operano direttamente nella dimensione del «sociale». Un altro elemento caratterizzante la formazione dell’animatore è costituito dalla necessità che esista un controllo sociale sull’effettivo possesso da parte sua del bagaglio tecnico-professionale, ritenuto necessario dal sistema o dal particolare gruppo sociale per lo svolgimento della funzione.
Non deve essere cioè l’animatore ad autovalidarsi, ad attribuirsi arbitrariamente il possesso delle abilità e delle competenze fondamentali che sono alla base della funzione dell’animazione.
Quale debba essere in concreto questo bagaglio viene detto in una altra parte della rivista. Qui mi preme sottolineare come esso debba essere costituito da conoscenze tratte dal dominio delle scienze sociali, da quelle psicologiche, da quelle storico-ermeneutiche, da quelle scienze cioè che l’epistemologia classica indica come scienze pratiche, ausiliarie per molti versi della filosofia morale.
Di quelle scienze cioè il cui compito non è tanto quello di acquisire un potere di disposizione o di dominio sulla storia e sulla società dell’uomo quanto quello di comprendere l’uno e l’altra.
E’ chiaro che nella situazione attuale dell’animazione sono ben pochi quei gruppi sociali che sanno con una certa precisione quale debba essere il bagaglio tecnico-professionale dell’animatore. Questo invece di essere un freno alla normalizzazione della funzione dell’animazione deve essere considerato un incentivo nella ricerca di una sua più precisa definizione, e quindi esistenza, partendo dalle esperienze sinora fatte, dalle riflessioni teorico-scientifiche intorno ad essa ed infine dalle considerazioni filosofiche e teologiche che sono a monte dell’esercizio dell’animazione e ne sono lo scopo ultimo.

Maturità ed allocentrismo dell’animatore
L’animazione ha il suo centro di gravità nella relazione animatore-gruppo; infatti la maggior parte dei processi psicosociali che essa induce nel gruppo sono attivati dal modo di porsi dell’animatore nei confronti del gruppo stesso. E’ evidente allora che la sua efficacia deriva direttamente dalla capacità dell’animatore di gestire questo rapporto. Ora per evitare fraintendimenti è bene chiarire che quando parlo di relazione dell’animatore nei confronti del gruppo non intendo riferirmi ai «contenuti», alle cose più o meno interessanti che l’animatore dice, ma piuttosto al suo comportamento, al suo modo di porsi «psicologico» nei confronti del gruppo, al modello di comunicazione che instaura con esso e che è fonte, origine, di molti comportamenti dei suoi membri.
Tutto ciò che l’animatore fa, il suo comportamento, il suo modo di vivere la relazione con i membri del gruppo e con il gruppo nel suo complesso, è l’origine di notevolissimi condizionamenti. Condizionamenti che possono agire nella direzione della crescita del gruppo, della sua maturazione e della sua liberazione oppure al contrario essere all’origine di regressioni, di involuzioni e di riduzione degli spazi di libertà e di coscienza al suo interno.
Per evitare che la relazione animatore-gruppo divenga la prigione del gruppo è necessario per prima cosa che l’animatore possegga un notevole equilibrio psichico, un buon autocontrollo e una stabile sicurezza di sé. Questo per evitare il più possibile, che l’animatore proietti le proprie ansie, le proprie frustrazioni, i propri bisogni e in definitiva la propria profonda insicurezza ed il conseguente bisogno di approvazione sul gruppo e sulle persone che lo compongono, trasformando l’animazione in un’aberrante e patologica manipolazione di soggetti molto spesso indifesi.
Se l’animazione richiede una capacità così sofisticata di gestire la relazione con il gruppo è evidente che questa funzione non può essere svolta oltre che da persone poco mature ed equilibrate anche da ragazzini o adolescenti imberbi, i cui problemi personali impediscono di decentrarsi in un modo adeguato.
Oltre alla maturità personale infatti l’animatore deve possedere la capacità di decentramento empatico, di uscire cioè dalle mura del proprio Sé per cercare di capire gli altri, il loro punto di vista, i loro sentimenti, le loro motivazioni mettendosi il più possibile nei loro panni: all’interno cioè del loro tipico modo di esistere e di rapportarsi con il proprio Sé e con la vita.
Questo allocentrismo è necessario allo stabilirsi di corrette relazioni dell’animatore nei confronti del gruppo ed è anche la condizione preliminare alla possibilità dell’animatore di controllare riflessivamente lo svilupparsi ed il procedere delle stesse. Senza la capacità di decentramento diviene difficile per l’animatore far sentire alle persone che compongono il gruppo che egli pur non essendo «pappa e ciccia» con loro è però in grado di capirli senza schemi pregiudiziali.

Riconoscimento e controllo sociale del ruolo
Il riconoscimento del ruolo dell’animatore da parte del gruppo sociale, all’interno del quale deve esercitarlo, e del sistema sociale più vasto è indispensabile per dotare l’animatore di quel tanto di potere necessario affinché egli possa far passare da potenziale ad attuale la funzione dell’animazione. In ogni organizzazione sociale democratica ad ogni potere deve corrispondere un controllo sul suo esercizio che impedisca un suo uso illegittimo e/o contrario al bene obiettivo del gruppo sociale e delle persone che lo compongono.
La funzione dell’animazione così come ogni altra funzione sociale non può e non deve mai essere delegata totalmente e senza controllo ad alcuno, ma deve sempre essere soggetta ad uno stretto controllo che investe la programmazione della funzione ed a posteriori i risultati della sua azione. Molto spesso invece accade che in gruppi, organizzazioni e così via, proprio perché l’animazione non viene riconosciuta come organicamente appartenente allo stesso, l’animatore goda di una autonomia e di una libertà quasi assolute. In altri casi pur essendo l’animazione riconosciuta come ruolo dal gruppo accade che l’animatore in nome della presunta sua esclusiva competenza tecnica non tolleri e rifiuti qualsiasi tipo di controllo anche democratico.
Questo oltre ad essere dannoso per una concezione democratica delle attività formative isterilisce la stessa funzione perché la priva del polo dialettico costituito dall’insieme reale della cultura sociale, magari dalle sue stesse resistenze alla innovazione ed al cambiamento, la priva in altre parole della dialettica tra essere e dover essere, tra utopia e potere. Non si dà progresso sociale che non si ponga come risultato del processo dialettico cui sopra accennavo.
Riconoscimento e controllo sociale dell’animazione sono necessari per renderla effettivamente potente, in grado cioè di incidere a livello delle funzioni dell’educazione, della socializzazione e dell’inculturazione come postulato dalla definizione. E’ necessario poi per porre fine alla crisi di identità dell’animatore che travaglia molte persone che bene o male si identificano in esso.
Il discorso del controllo sociale non deve però far pensare che l’animatore debba rinunciare ai propri spazi fondamentali di libertà e di autonomia professionale ma solo che deve cercare di conciliare il fatto che la funzione che lui esercita gli è delegata, che lui opera come animatore per conto di un committente che è lo stesso gruppo, che ha perciò su di sé la responsabilità dell’uso della funzione, con la propria libertà, i propri principi, le proprie competenze.

L’animazione tra professionalità e volontariato
L’animazione risulta da queste brevi note essere una funzione estremamente interessante, ricca ed articolata culturalmente che richiede per essere esercitata un buon livello di professionalizzazione da parte dell’animatore.
E’ una funzione professionale e professionalizzante che può essere giocata o a tempo pieno o come volontariato nel tempo liberato dai problemi della sussistenza. Fare l’animatore volontario può essere un modo non generico di esercitare il proprio impegno sociale, politico e/o religioso ricavandone per la professionalità del ruolo oltre che un riconoscimento sociale, e quindi uno status, un arricchimento in conoscenza di sé e degli altri ed in capacità di intervenire nei processi di liberazione umana. Se poi qualcuno riesce ad esercitare questo ruolo a tempo pieno tanto di guadagnato, vuol dire che il sistema sociale e avanzato sulla strada dell’evoluzione.

Mario Pollo, NPG 1/1980, p. 43 (via donboscoland.it)

Link correlati:
Sito web ufficiale “Note di Pastorale Giovanile”
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