Formazione animatori: animazione e giovani

Per la nostra rubrica “Formazione animatori”, ecco oggi un nuovo estratto della rivista “Note di Pastorale Giovanile”. Nell’articolo di oggi l’autore Mario Pollo ci parla del rapporto con i giovani.

animatore - work in progress

Questa voce del dizionario descrive per sommi capi la condizione giovanile, intesa come l’insieme delle condizioni strutturali e culturali che disegnano il modo di partecipare alla vita sociale del giovane in un certo luogo ed in un dato tempo.

In questa voce, cioè, si analizzano quei condizionamenti sociali, positivi e negativi, che più direttamente influiscono sul farsi uomo del giovane e come questi stessi condizionamenti interagiscono con il progetto dell’animazione culturale.

La descrizione della condizione giovanile e il suo rapporto con l’animazione passa attraverso l’analisi della cosiddetta complessità sociale che, come è da più parti si è rilevato, sembra essere all’origine dei più rilevanti problemi che il giovane incontra nel suo percorso di autocostruzione e con cui, quindi, deve fare i conti ogni azione di tipo educativo.

C’è da rilevare che le istituzioni educative tradizionali non sono in grado di fronteggiare la gran parte dei problemi posti dalla complessità sociale e vivono, di conseguenza, una profonda crisi.

IL PARADIGMA DELLA COMPLESSITÀ

La complessità di una società nasce dall’intreccio di varie crisi. Le più importanti sono:

– la crisi del noi;

– la crisi del limite

– la crisi del centro;

– la crisi dell’identità storico culturale;

– la crisi della dimensione storica del tempo;

– la crisi del linguaggio.

La crisi del noi

La società complessa vive la profonda crisi del Noi, ovvero della dimensione sociale della vita che è costituita da quella rete di solidarietà che consente ad ogni individuo umano l’utilizzo nel proprio progetto di vita le risorse, materiali e spirituali, messe a disposizioni dagli individui che con lui condividono lo spazio ed il tempo.

Senza questa dimensione solidale sociale non è possibile l’esistenza dell’Io. Il formarsi dell’Io ed il suo mantenersi, infatti, è reso possibile solo dall’esistenza del Noi. Se non ci fosse un Noi che si prende cura, tutela ed educa i nuovi nati questi non solo non potrebbero conquistare la coscienza ma, addirittura, non potrebbero sopravvivere.

Il noi oggi è in crisi sia per la caduta delle relazioni interpersonali che ha condotto le persone a vivere, specialmente nelle grandi città, nell’isolamento e nell’indifferenza reciproca, sia per la crisi della politica che indebolisce il tessuto organizzativo del Noi.

La crisi della politica si riflette non solo nella incapacità di una società di affrontare in modo efficace i problemi, nuovi e vecchi, che la attraversano, ma anche perché non fornisce più alle persone i percorsi attraverso cui connettono e sottomettono i loro bisogni individuali a quelli comuni di carattere più generale ed universale. Le forme di egoismo e di corporativismo che esprimono alcune categorie sociali non è che un risultato della crisi della politica.

E’ chiaro che nel termine politica rientrano oltre che il comportamento dei politici e dei partiti i sistemi di pensiero e di valore che li orientano. Questo significa che è in crisi radicale proprio l’etica della politica.

Crisi del limite

La vita umana si esprime e trova la sua energia creatrice nell’incontro-scontro tra la potenza del desiderio e la costrizione del limite, ovvero dell’insieme di norme, di codici e, quindi, di forme che fissano l’insieme delle possibilità legittime in cui l’azione umana può manifestarsi.

Se il desiderio viene lasciato libero di esprimersi e non incontra delle costrizioni che lo incanalano all’interno di particolari forme di vita, esso rivelerà la sua ombra, ovvero la sua devastante potenza distruttrice.

Molte proposte teoriche e pratiche elaborate dalla cultura sociale odierna hanno, di fatto, demolito molti dei limiti che tradizionalmente segnavano la vita individuale e sociale.

Ciò è dovuto a due caratteristiche distinte della società complessa: il pluralismo estremizzato e consumismo.

Il pluralismo estremizzato

Il pluralismo delle culture, dei valori, dei centri di potere e delle attività economiche rende l’universo sociale alquanto frastagliato e disaggregato in molti luoghi autonomi. La complessità nasce appunto da questa articolazione che rende difficile l’identificazione della società come un tutto monolitico o, semplicemente, unitario.

In questo insieme complesso che sono le società industriali avanzate, non esiste una visione della realtà o un sistema di valori che possa essere considerato egemone.

Ogni concezione del mondo e della vita, ogni posizione etica, magari aberrante, ha diritto di esistenza e rivendica pari dignità con quelle più diffuse e ricche di validazioni storiche, culturali e sociali.

Lo spazio di espressione del desiderio appare, quindi, molto più ampio che nel passato.

Il consumismo

Il consumismo da insieme ricco di opportunità per le persone che hanno il privilegio di abitare con pieni diritti le società opulente è divenuto la manifestazione di una sorta di hybris che può essere identificata nell’assioma: “tutto ciò che esiste può essere consumato”.

Gli abitanti delle società consumiste consumano infatti a dismisura cibo, vestiti, automobili, viaggi e vacanze, informazioni, spettacoli, cultura, sentimenti e, persino, l’ambiente naturale in cui abitano.

Questo porta le persone a non selezionare più le offerte di consumo che la vita quotidiana propone loro e questo fa nascere nella loro coscienza la convinzione che è lecito e normale consumare tutto, in quanto è l’esistenza stessa dell’offerta che legittima il consumo.

Basta possedere le risorse economiche necessarie e ogni desiderio può essere legittimamente e prontamente soddisfatto.

La crisi del centro

La società complessa non è più organizzata attorno ad un unico centro ma attorno ad una pluralità di centri che forniscono ai valori sociali una legittimità parziale e precaria.

Il non avere un centro unico che conferisce legittimità ai valori rende impossibile qualsiasi scelta o semplice gerarchizzazione, oltre che degli stessi valori, dei bisogni e delle opportunità presenti nella società. L’impossibilità di scegliere e di gerarchizzare rende il sistema ingovernabile, anche perché ad ogni centro, normalmente, corrisponde un potere che non può essere ignorato.

E’ per questo motivo  che nella società complessa  si assiste ad un incessante processo di aggregazione di centri di potere, di posizioni culturali e politiche in vista di precarie egemonie. L’unica logica che presiede a questi movimenti di aggregazione e di disaggregazione è quella dell’utilità immediata. Non compaiono in essa, infatti, motivi ideali, etici o progettuali. Ciò origina l’abbandono di qualsiasi paradigma di lealtà, coerenza e stabilità. La crisi del centro legittima in un circolo attraverso cui viene essa stessa legittimata, tutte le altre crisi che si sono brevemente descritte ed è forse il nucleo da cui a livello sociale si genera la spirale della complessità. La pluralità dei centri favorisce la mobilità.

Nella società complessa  si assiste ad un incessante processo di aggregazione di centri di potere, di posizioni culturali e politiche in vista di precarie egemonie. L’unica logica che presiede a questi movimenti di aggregazione e di disaggregazione è quella dell’utilità immediata. Non compaiono in essa, infatti, motivi ideali, etici o progettuali. Ciò origina l’abbandono di qualsiasi paradigma di lealtà, coerenza e stabilità.

La mobilità è anch’essa una delle ragioni dell’ingovernabilità del sistema sociale.

Nella definizione della società complessa a questi caratteri, più tipicamente sociologici, si accompagnano quelli di tipo culturale e psicologico. Tra questi è necessario segnalare la crisi che segna i processi di formazione dell’identità storico culturale.

La crisi dell’identità storico-culturale

La prevalenza della razionalità tecnico scientifica, unitamente al consumismo, alla crisi della comunicazione intergenerazionale e all’offuscamento del senso della tradizione sotto la spinta dei processi di secolarizzazione, ha comportato lo sradicamento parziale degli abitanti le società complesse dall’alveo vitale dell’identità storico-culturale. Questo elemento fonda, in parte, la crisi dell’identità personale e la relativizzazione dei sistemi di significato. Sempre nell’ambito della dimensione temporale dell’esistenza umana va segnalata anche la destrutturazione della temporalità.

La crisi della dimensione storica del tempo: l’uomo senza progetto e senza etica

Come si è visto nella voce “Animazione, tempo e progetto” l’uomo abita il tempo. La storia della sua emersione alla vita cosciente è contrassegnata dalla scoperta del tempo come regolatore della sua esistenza individuale e sociale.

La cultura attuale, come si è documentato in quella stessa voce, sembra aver oscurato questa concezione storica del tempo e, quindi, il giovane abita uno spazio-tempo ripiegato narcisisticamente sul presente che non gli fornisce gli strumenti necessari alla costruzione del suo progetto di vita.

La crisi del tempo storico si manifesta anche attraverso la crisi che segna la lingua attualmente parlata.

La crisi del linguaggio: la parola-idea contro la parola-cosa; la riduzione del lessico e la crisi della logica lineare nella parola parlata

Questo aspetto è stato affrontato nel numero 3 di NPG del 1986 con la voce “il recupero della parola” nella quale si era esaminato lo stato della lingua nella attuale società e si erano individuate le strategie necessarie per recuperare la parola umana alla sua funzione di dominio e controllo della realtà; funzione che per molti versi l’attuale cultura sociale sembra negare, negando perciò, di fatto, alla radice la stessa progettualità umana.

LE CONSEGUENZE DELLA COMPLESSITÀ

Nella vita quotidiana, laddove avvengono i processi formativi, questi caratteri della società complessa manifestano i loro effetti principalmente ai seguenti livello.

La relativizzazione dei sistemi di significato

Questa impossibilità di un qualsiasi sistema di significati elaborati collettivamente e trasmessi nei processi educativi e di socializzazione. Questa impossibilità di un qualsiasi sistema di significati di imporsi, di esercitare una qualsiasi forma di egemonia si riflette nella crisi delle istituzioni educative e di socializzazione che sono responsabili della riproduzione della cultura. Questa relativizzazione è l’effetto e la causa, nello stesso tempo, della crisi di identità storico culturale.

La verità sembra sparire dall’orizzonte della cultura sociale.

L’emergere  della dimensione debole  nella vita individuale  e sociale e di una posizione fragile verso la realtà

Nel labirinto della complessità sociale il non avere una identità stabile, coerente e unitaria è ritenuto normale. Il modello di identità della società complessa, infatti, è quello di una identità frammentata, composita, in continua evoluzione, ambivalente, contraddittoria e mai compiutamente raggiunta. Questo tipo di identità è teorizzato sia a livello filosofico che sociologico.

Nel rapporto con la realtà esterna si tenta di accreditare, in coerenza con il concetto di identità debole, l’impossibilità di comprendere e di dominare efficacemente la realtà. L’unica modo possibile per l’abitante delle società complesse di porsi nei confronti della realtà è quello di chi tace e se formula una domanda non pretende risposta.

Questo aspetto è stato, comunque trattato in modo ampio nella voce: “Identità personale”, comparsa nel numero 10 di NPG del 1985.

L’iposocializzazione e l’ipersocializzazione

Molti educatori reagiscono alla crisi delle istituzioni educative e di socializzazione assumendo come base della loro strategia educativa o l’ipersocializzazione e l’iposocializzazione. Il termine ipersocializzazione indica la tendenza a dare alla crisi della complessità risposte rigide di tipo ideologico. Risposte che tagliano via ogni ricerca faticosa di identità e di senso all’interno della realtà complessa.

Il termine iposocializzazione indica, invece, la tendenza a non interiorizzare il patrimonio culturale della società a recepire, cioè, sino in fondo la crisi della complessità ed a muoversi la suo interno all’insegna del pragmatismo , del cinismo e dell’opportunismo.

Queste due dimensioni che esprimono la crisi delle istituzioni educative sono anche il frutto della più generale crisi della relazione adulto giovane.

La crisi della relazione adulto-giovane

Molte inchieste sulla condizione giovanile, infatti, rilevano l’insignificanza degli adulti per la maggioranza dei giovani. Per questi giovani gli adulti, infatti, non sono modelli né da imitare né da rifiutare, non sono né occasione di incontro né occasione di scontro, sono solo semplicemente insignificanti.

Questa assenza dell’adulto dalla vita del giovane è un grosso limite all’educazione morale in quanto l’adulto è il primo altro, importante, di cui il giovane fa esperienza. Nell’orizzonte esistenziale del giovane, infatti, l’adulto è l’altro per antonomasia, in quanto è diverso da lui sia dal punto di vista genetico, che da quello psicologico e culturale. L’adulto, poi, rappresenta, concretamente, lo snodo della comunicazione che interrela il mondo del giovane con quelli delle generazioni che lo hanno preceduto e all’interno dei quali si è elaborato il fondamento etico del progetto d’uomo che il giovane incontra, o dovrebbe incontrare, nella sua formazione umana.

Se l’adulto è per il giovane una presenza insignificante allora l’esperienza esistenziale che proietta il giovane oltre le porte della soggettività diventa opaca e scarsamente percorribile.

Perché questo avvenisse in modo più chiaro e definito sarebbe necessaria che il giovane vivesse l’esperienza dell’incontro-scontro con l’adulto e, quindi, che questi si riappropriasse della sua responsabilità educativa riscoprendo la sua paternità generazionale.

La crisi della figura del padre

La crisi della relazione adulto/giovane si esprime in tutta la sua pienezza nella relazione figlio/padre. Questa crisi investe, a partire dalla paternità biologica, tutte le forme culturali e spirituali di paternità presenti nella nostra società come si è visto nella voce: “Il ruolo del padre” apparsa nel numero 2 di NPG del 1986.

LA CONDIZIONE GIOVANILE NELLA SOCIETÀ COMPLESSA

Nella società complessa attualmente la condizione giovanile è caratterizzata da alcuni tratti che non depongono certamente a favore del diritto delle giovani generazioni di trovare uno spazio adeguato alla autorealizzazione dei loro membri.

La marginalità

La nostra società offre limitate opportunità ai giovani di essere protagonisti. Si può anzi affermare che è in atto un processo di esclusione, di isolamento e di neutralizzazione dei giovani che vengono collocati in una sorta di parcheggio sociale, all’interno del quale l’unico ruolo che possono gestire è quello di consumatori. La disoccupazione non è che la punta di questo iceberg della marginalità giovanile.

La violenza che affligge alcuni strati della condizione giovanile è figlia dell’assenza di protagonismo giovanile.

La frammentarietà

Questo concetto indica due caratteri della condizione giovanile attuale. Il primo è legata alla perdita del centro sociale che frantuma l’esperienza sociale da tutto unitario in tanti piccoli mondi vitali. Il secondo carattere della frammentarietà indica una esperienza di vissuto personale del giovane divisa in tanti frammenti, tra loro isolati, che non riescono a dar vita ad una esperienza unitaria da parte del giovane. Questo significa che ogni esperienza che il giovane vive ha un significato relativo che si esaurisce all’interno dell’esperienza stessa e che non riesce a collegarsi ad un senso più generale.

Lo spostamento dei valori dall’acquisitivo all’espressivo

Questo significa che accanto e oltre i bisogni materiali compaiono ed acquistano rilevanza i cosiddetti bisogni postmaterialistici che sono di ordine relazionale/comunicativo.

Questi caratteri della condizione giovanile nella società complessa confluiscono nella struttura temporale che forma la persona del giovane e fanno prefigurare dei mutamenti significativi nello stesso fondamento della cultura sociale.

Questo aspetto, su cui mi soffermerò di più, è quello forse più direttamente interessante il ruolo dell’educatore.

La plasticità e la non selettività nei confronti delle opportunità offerte dal sistema sociale

A causa della complessità l’individuo vive uno stato di smarrimento, di perdita di punti di riferimento, di crisi dei valori e dei sistemi di pensiero che gli offrivano la capacità di prevedere l’esito delle sue azioni e quindi di ipotizzare il suo futuro prossimo e lontano. L’individuo percepisce una insanabile frattura tra il suo mondo personale e quello della società in cui vive, che tende ad apparirgli incomprensibile ed al di fuori del suo controllo.

Dal suo versante il giovane vive questa incertezza attraverso una profonda crisi di progettualità come si è visto nella voce “progetto d’uomo” comparsa nel numero 9 di NPG del 1985 e nella voce: “animazione, tempo e progetto”.

Questo significa che qualsiasi proposta educativa si scontra con l’assenza del futuro dalla dimensione temporale del giovane. E’ questa una sfida che l’animazione culturale raccoglie ponendola al centro del suo modello educativo.

La condizione giovanile è afflitta, poi, da una sorta di disagio sommerso che pur non essendo percepito dalla maggioranza degli stessi giovani è comunque fonte di una significativa sofferenza esistenziale.

IL DISAGIO SOMMERSO

Accanto al disagio manifesto, conclamato, che tocca una parte marginale della popolazione giovanile, esiste un disagio nascosto che investe trasversalmente l’intera condizione giovanile.

Questo disagio sommerso, portatore spesso di una acuta sofferenza esistenziale, nasce dalla particolare, e per molti versi anomala, situazione del giovane nella attuale società italiana e dal tipo di relazioni che gli adulti hanno con lui.

In altre parole questo significa che il disagio giovanile nasce, spesso, dalla generalizzata incapacità del mondo adulto di riconoscere e sostenere le esigenze di realizzazione personale che il giovane manifesta.

Il disagio giovanile come segno di morte distillato dal mondo adulto

C’è una crisi di fiducia nel futuro che è frutto di una più radicale crisi di fiducia nei confronti della vita  che è alla base della oramai troppo basso tasso di natalità e di nuzialità.

C’è un invecchiamento progressivo della società.

C’è un ripiegarsi della società su se stessa.

C’è sovente una rabbia degli anziani che rivendicano per sé l’attenzione che solitamente le società più mature rivolgono ai giovani.

C’è una radicale disattenzione per la vita dei giovani, una indifferenza che testimonia l’insignificanza dei giovani in questa società sempre più tesa “a garantire la qualità della vita degli esistenti e degli aventi potere contro i rischi e le minacce degli altri pretendenti alla vita”.

L’istanza di morte che attraversa la nostra stanca cultura del benessere solo economico-consumistico ha come bersaglio privilegiato la negazione della forza dirompente della vita, del sogno del futuro nella memoria del passato rappresentato da una condizione giovanile protagonista della propria storia.

Per questo motivo il disagio giovanile è solitario, personale, soggettivo e privo di rilevanza sociale. Addirittura misconosciuto perché velato dallo strato d’adipe del benessere materiale.

Il disagio giovanile ha le connotazioni mortifere della disconferma, della radicale negazione della sua esistenza. E per questo è dolore sordo che si traveste di gaiezza.

Un disagio senza sbocchi sociali

Sino ad oggi questo disagio non è esploso né in manifestazioni di contestazione, né in fenomeni di devianza carichi di significati eversivi o di conflittualità sociale.

Anche le forme di devianza sociale più grave e conclamata sono state privatizzate e, quindi, assorbite nella “normalità” della vita sociale. La droga ne è un esempio. Infatti se negli anni settanta il consumo di droga era caricato di significati di rottura con la cultura sociale dominante e di ricerca di un modo alternativo di concepire e di vivere la vita, oggi esso è divenuto un fatto personale della persona che si droga, molto spesso compatibile con lo stile di vita normale.

A ben guardare questo alla fine ha significato e significa una ancora più grave e drammatica emarginazione del tossicomane.

La domanda che molti osservatori della condizione giovanile si pongono è sul dove e sul come sfocerà questo disagio.

Ipotesi sullo sbocco del disagio

I segni che al pari dei fondi del caffè possono essere interpretati per decifrare l’esito di questa condizione giovanile sono ambigui, addirittura contraddittori.

Ci sono infatti segni che lasciano prevedere una vita sociale maggiormente segnata dal rispetto della vita, nelle sue qualità minime ma importanti per la felicità, contraddistinta da un impegno normale, non eroico, persino dimesso nella realizzazione di una concreta solidarietà sociale.

Questi segni accompagnano una ricerca di senso che sovente trova nel religioso, a volte addirittura nella sua dimensione mistica, l’unico sbocco. Accompagnano anche la riscoperta di alcuni valori quali la pace, l’ambiente e la totalità della persona umana.

Sono, indubbiamente questi i segni di una grande speranza.

Ma accanto a questi segni profetici, ne compaiono altri che non sono all’opposto, perché non sono l’ombra ma solo la penombra dei precedenti.

Sono questi i segni che fanno dire a molti osservatori che la condizione giovanile è ambigua.

Tuttavia l’ambiguità non va letta come segno negativo ma solo come possibilità e come complessità del reale.

Di solito la creatività nasce più facilmente dall’ambiguità che dalla normalità.

L’analisi dell’ambiguità è quindi l’analisi sia delle possibilità evolutive sia di quelle regressive del futuro che ogni giorno si fa passato nella nostra vita.

Questo disagio sommerso è la base che alimenta il disagio manifesto, ne è in qualche modo il cuore.

Per combattere le forme più evidenti del disagio è necessario perciò ridurre la presenza del disagio sommerso.

In questa azione di riduzione del disagio l’animazione può giocare un ruolo decisivo proponendo al giovane, oltre alla conquista dell’identità, una partecipazione alla vita sociale fondata sul suo protagonismo solidale e ispirata da un sistema di valori trascendente l’utilità e l’orizzonte delle aspirazioni, dei desideri e dei bisogni del presente.

In questa azione l’animazione propone al giovane l’avventura, rischiosa ma affascinante, dell’uscita da se stesso verso l’Altro e, quindi, verso un progetto di vita intriso dal senso.

LA SFIDA DELL’ANIMAZIONE: IL PROGETTO ETICO PER TRASFORMARE IL DISAGIO IN CRESCITA

Se questa è la sfida che l’animazione deve raccogliere è necessario rilevare, osservando la realtà giovanile appena descritta con l’aiuto delle indagini sociologiche, allora è necessario che essa affronti le condizioni che sembrano ostacolare il processo di uscita del giovane dalla sua soggettività verso l’alterità e, quindi verso la dimensione esistenziale del Noi.

E’ tuttavia importante sottolineare che essi non devono essere interpretati come i segni dell’impossibilità dell’educazione ma, bensì, solo come il contesto storico dell’educazione odierna.

Questo contesto obbliga l’educazione a ridefinire i suoi obiettivi e a ripensare i propri metodi e strumenti di azione e quindi ad aprirsi al modello dell’animazione.

Questo significa, in altre parole, che l’educazione non può essere ripetitiva e rigida nel suo impianto ma, al contrario, originale e flessibile e, soprattutto, incarnata nella storia che in cui si realizza il farsi uomo del giovane.

Questa soluzione è forse più difficile di altre perché si basa sulla ricerca del dialogo, sempre precario, tra l’utopia e le costrizioni della realtà e, quindi, sull’equilibrio instabile tra i principi irrinunciabili e la loro concreta possibilità di espressione e attuazione.

In questa ricerca di soluzioni entra anche in gioco, come fattore decisivo, la capacità dell’educatore-animatore di formulare nella lingua e nelle forme del proprio tempo quei valori e quegli obiettivi che, nonostante siano stati espressi in altri tempi con una lingua e una forma che non comunica quasi più nulla di significativo all’uomo odierno, mantengono inalterata la loro capacità creatrice di vita.

Infatti la ripetizione di forme di un’altra epoca storica e di un’altra cultura attraverso le forme e i linguaggi di quell’epoca e di quella cultura è il modo più sicuro per tradire i valori che si vorrebbero trasmettere e diffondere.

Dare storicità ai valori significa perciò anche la capacità di far esprimere i valori che il passato ha consegnato al presente reinterpretandoli per poter essere loro fedele. In questo modo il passato non sarà vissuto dal giovane come una ipoteca e, quindi, come un vincolo che grava sul suo presente e sul suo futuro, ma bensì come l’origine della libertà del presente creatore di futuro.

Il dialogo tra utopia e le costrizioni della realtà comporta sempre una modo di porsi nei confronti della vita quotidiana che mira a generare la sua accettazione da un lato e la sua trasformazione dall’altro lato. Questo significa che l’animazione aiuta l’educatore a rifiutare sia le posizioni di chi accetta acriticamente la realtà del suo tempo e non si propone di modificarla, sia le posizioni di chi nega alcun valore e, quindi, alcuna speranza alla realtà del presente.

Ad esempio, di fronte agli ostacoli prima citati si può reagire, come si è visto prima, o con l’atteggiamento dell’iposocializzazione o con quello dell’ipersocializzazione.

L’animazione culturale vuole vincere la sua scommessa rifiutando questi due modelli inadeguati e ponendosi, invece, nella condizione di comprendere e accettare la realtà per poterla trasformare traendo da essa tutte le potenzialità positive e neutralizzando, per quanto possibile, quelle negative.

Questo significa il dover andare spesso controcorrente, anche perché il futuro non è sempre nella direzione verso cui scorre con facilità l’acqua della cultura sociale dominante.

Operare per l’educazione dei giovani significa, infatti, sia impegnarsi nella trasformazione sociale della cultura, sia affrontare l’educazione in un modo che consenta di superare, almeno parzialmente, gli ostacoli prima descritti.

A proposito del metodo dell’animazione che può tentare l’impresa dell’educazione oggi è necessario rilevare che esso, oltre che fondarsi su un coerente sistema di valori, privilegia una relazione educativa centrata sulla reciprocità, sulla coerenza metacomunicativa e sulla narratività.

La reciprocità nella relazione educativa come fondamento della trasmissione intergenerazionale dei valori

La reciprocità della relazione educativa, come è oramai ampiamente noto, comporta che chi educa riconosca ed accetti di essere educato mentre educa, di trasformarsi, cioè, attraverso la relazione con il giovane.

Questo significa che l’educazione per essere efficace e superare gli ostacoli richiede all’educatore adulto che si giochi sino in fondo e, soprattutto, che accetti mentre si fa memoria del giovane che questi si faccia suo futuro.

E’ necessario, poi, che l’adulto, se vuole conquistare la pienezza della sua condizione progettuale ed etica, riconosca che la sua crescita può avvenire solo all’interno del processo, formativo ed esistenziale, attraverso cui i giovani costruiscono la propria coscienza etica. In altre parole questo significa che l’adulto evolve solo se la sua vita aiuta i giovani ad evolvere. Anzi ribaltando la questione si può dire che l’uomo diviene adulto nella misura in cui sa assumersi la responsabilità verso le nuove generazioni, che sono il futuro attraverso cui si concretizzerà la storia che egli sta costruendo con gli altri uomini.

Questo modo di concepire la relazione educativa ed esistenziale,  non significa affatto che l’educatore debba porsi in modo simmetrico rispetto al giovane, annullando la differenza di responsabilità e di esperienza e di ruolo che segna i due ruoli. Tutt’altro! L’adulto educatore, infatti, per svolgere efficacemente il suo ruolo educativo deve valorizzare al massimo la differenza generazionale che lo separa dal giovane. E questa differenza si basa sul fatto che l’adulto è portatore di una responsabilità educativa e di un patrimonio esistenziale, culturale ed etico che deve – e questo è l’imperativo della conservazione e dello sviluppo della civiltà umana –  trasmettere al giovane. Questa trasmissione può avvenire solo perché c’è una asimmetria, una differenza di potenziale, tra l’adulto ed il giovane.

L’asimmetria, tuttavia, non significa che tra l’educatore e l’educando debba esistere una relazione autoritaria in quanto essa deve essere sempre fondata sulla criticità e sulla democraticità, ovvero sulla persuasione e sul dialogo.

L’essere educatori comporta, tra l’altro, la capacità di costruire una relazione asimmetrica, democratica e critica con i giovani.

La coerenza metacomunicativa come testimonianza della possibilità di esistenza del valore nella realtà

Il termine “metacomunicazione” indica la relazione esistenziale  che si instaura tra educatore ed educando. Con altre parole si può dire che la metacomunicazione indica il tipo di relazione che si stabilisce tra educatore e giovane.

La metacomunicazione è estremamente importante perché è all’interno di essa che transitano i valori e i presupposti che orientano la mediazione della persona umana con le  realtà materiali e mentali nelle quali vive. Questo significa che un valore non si trasmette tanto con la sua semplice enunciazione ma, bensì, attraverso la sua presenza nella relazione educatore-educando e nelle esperienze esistenziali che l’educazione favorisce o predispone.

Il ruolo decisivo della metacomunicazione nella trasmissione dei valori richiede una particolare cura da parte dell’educatore nella sua gestione. Questa cura comincia con la sua ricerca personale di coerenza tra ciò che enuncia e ciò che mette in atto, concretamente nello stabilire la relazione educativa. Non si può, infatti, predicare l’amore per l’altro e nella relazione educativa, così come nella propria vita manifestare, a livello pratico, indifferenza per l’altro. Questo tipo di incoerenza è quella che vanifica ogni tentativo di trasmissione educativa di valori e di norme.

Questo non significa che l’educatore debba essere una persona perfetta ma solo che egli deve essere una persona che, faticosamente e nonostante tutte le sconfitte e i fallimenti, cerca di vivere la fedeltà ai valori che enuncia.

La coerenza nella vita umana non si manifesta solo nel suo perfetto raggiungimento ma anche, se non soprattutto, nella sofferenza per l’impossibilità di raggiungerla pienamente per la debolezza della stessa natura umana.

Chi soffre autenticamente lo scarto tra le sue aspirazioni e la loro realizzazione pratica, che gli impedisce di essere coerente e si impegna ogni giorno per la riduzione di questo scarto testimonia pienamente il valore della coerenza e gli altri valori che enuncia.

Questo tipo di metacomunicazione è l’unico in grado di sostenere il processo di trasmissione dei valori nell’educazione senza di essa l’educazione ai valori è una ampollosa e vuota predicazione.

La narratività come condivisione

Narrare è stabilire una relazione di ospitalità e di convivialità con le persone che ascoltano o partecipano alla narrazione di una storia. Narrare, infatti, significa prima di ogni altra cosa ospitare l’altro, invitarlo a convito nel proprio mondo.

E’ chiaro che solo le narrazioni autentiche realizzano la condizione dell’ospitalità. Le narrazioni autentiche non sono facili da realizzare perché richiedono a chi narra di far rivivere nel presento la storia che racconta.

Il modello perfetto di narratore è, da questo punto di vista, Gesù di Nazaret perché i suoi racconti di salvezza salvavano realmente chi li ascoltava.

Ora, chi vuole fare dell’animazione culturale deve essere in grado di far rivivere a chi lo ascolta la storia della salvezza umana, della quale i valori e le norme che propone non sono che la codificazione. La storia della salvezza umana è qui intesa come luogo della ricerca della pienezza della realizzazione umana e, quindi, come il luogo della formazione della progettualità umana.

Vale qui lo stesso discorso della metacomunicazione, ovvero che l’educatore ricerca la narratività autentica pur sentendosi sempre imperfetto rispetto ad essa.

Il sistema dei valori dell’animazione

Dopo aver descritto alcuni dei caratteri che deve possedere la relazione educativa è necessario sottolineare che essa è inefficace se non si fonda su un sistema di valori. Infatti solo l’unione di metodo e valori è in grado di fornire all’azione educativa l’energia morale necessaria a farle superare gli ostacoli che la cultura contemporanea oppone alla piena realizzazione del giovane. Questo sistema di valori dell’animazione culturale è quello che è stato presentato nella voce: “Animazione e valori” (cf NPG 7/1989).

Mario Pollo, NPG 6/1990, p. 38 (via donboscoland.it)

Link correlati:
Sito web ufficiale “Note di Pastorale Giovanile”
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