Don Bosco 1815-2015: post #17

Nelle “Memorie dell’Oratorio” don Bosco ci parla spesso di alcune persone che furono importanti nella sua vita e nella sua formazione. Oggi ci parla del compagno di studi Luigi Comollo…
logo_bicentenario_don_bosco_2015_07Memorie dell’Oratorio
Relazioni con Luigi Comollo.

Finché Dio conservò in vita questo incomparabile compagno, ci fui sempre in intima relazione. Nelle vacanze più volte io andava da lui, più volte egli veniva da me. Frequenti erano le lettere che ci indirizzavamo. Io vedeva in lui un santo giovanetto; lo amava per le sue rare virtù; egli amava me perché l’aiutava negli studi scolastici, e poi quando era con lui mi sforzava di imitarlo in qualche cosa.
Una vacanza venne a passar meco una giornata in tempo che i miei parenti erano in campagna per la mietitura. Egli mi fece leggere un suo discorso che doveva recitare alla prossima festa dell’Assunzione di Maria; di poi lo recitò accompagnando le parole col gesto. Dopo alcune ore di piacevole trattenimento ci siamo accorti essere ore del pranzo. Eravamo soli in casa. Che fare? – Alto là, disse il Comollo, io accenderò il fuoco, tu preparerai la pentola e qualche cosa faremo cuocere.
– Benissimo, risposi, ma prima andiamo a cogliere un pollastrino nell’aia e questo ci servirà di pietanza e di brodo, tale è l’intenzione di mia madre.
Presto siamo riusciti a mettere le mani addosso ad un pollino, ma poi chi sentivasi di ucciderlo? Ne l’uno ne l’altro. Per venire ad una conclusione vantaggiosa fu deciso che il Comollo tenesse l’animale col collo sopra un tronco di legno appianato, mentre con un falcetto senza punta glielo avrei tagliato. Fu fatto il colpo, la testa spiccata dal busto. Di che ambidue spaventati ci siamo dati a precipitosa fuga e piangendo.
Sciocchi che siamo, disse di là a poco il Comollo, il Signore ha detto di servirci delle bestie della terra pel nostro bene, perché dunque tanta ripugnanza in questo fatto? Senz’altra difficoltà abbiamo raccolto quell’animale, e spennatolo e cottolo, ci servò per pranzo.
Io doveva recarmi a Cinzano per ascoltare il discorso del Comollo sull’Assunta, ma essendo anch’io incaricato di fare altrove il medesimo discorso ci andai il giorno dopo. Era una maraviglia l’udire le voci di encomio, che da tutte parti risuonavano sulla predica del Comollo. Quel giorno (16 di agosto) correva festa di S. Rocco, che suole chiamarsi festino della pignatta o della cucina, perché i parenti e gli amici sogliono approfittarne per invitare vicendevolmente i loro cari a pranzo ed a godere qualche pubblico trattenimento. In quella occasione avvenne un episodio che dimostrò fin dove giungesse la mia audacia.
Si aspettò il predicatore di quella solennità quasi fino all’ora di montare in pulpito e non giunse. Per togliere il prevosto di Cinzano dall’impaccio io andava ora dall’uno ora dall’altro dei molti parroci colà intervenuti, pregando ed insistendo che qualcheduno indirizzasse un sermoncino al numeroso popolo raccolto in chiesa. Niuno voleva acconsentire. Seccati da’ miei ripetuti inviti mi risposero acremente: Minchione che siete; il fare un discorso sopra S. Rocco all’improvviso non è bere un bicchiere di vino; e invece di seccare gli altri fatelo voi. A quelle parole tutti batterono le mani. Mortificato e ferito nella mia superbia io risposi: Non osava certamente offerirmi a tanta impresa, ma poiché tutti si rifiutano, io accetto.
Si cantò una laude sacra in chiesa per darmi alcuni istanti a pensare; poi richiamando a memoria la vita del Santo, che aveva già letto, montai in pulpito, feci un discorso che mi fu sempre detto essere stato il migliore di quanti avessi fatto prima e di poi.
In quelle vacanze e in quella stessa occasione (1838) uscii un giorno a passeggio col mio amico sopra un colle, donde scorgevasi vasta estensione di prati, campi e vigne. Vedi, Luigi presi a dirgli, che scarsezza di raccolti abbiamo quest’anno! Poveri contadini! Tanto lavoro e quasi tutto invano!
– la mano del Signore, egli rispose, che pesa sopra di noi. Credimi, i nostri peccati ne sono la cagione.
– L’anno venturo spero che il Signore ci donerà frutti più abbondanti.
– Lo spero anch’io, è buon per coloro che si troveranno a goderli.
– Su via, lasciamo a parte i pensieri malinconici, per quest’anno pazienza, ma l’anno venturo avremo più copiosa vendemmia e faremo miglior vino.
– Tu ne beverai.
– Forse tu intendi continuare a bere la solita tua acqua?
– Io spero di bere un vino assai migliore.
– Che cosa vuoi dire con ciò?
– Lascia, lascia… il Signore sa quel che si fa.
– Non dimando questo, io dimando che cosa vuoi dire con quelle parole: Io spero di bere un vino migliore. Vuoi forse andartene al Paradiso?
– Sebbene io non sia affatto certo di andare al paradiso dopo mia morte, tuttavia ne ho fondata speranza, e da qualche tempo mi sento un si vivo desiderio di andare a gustar l’ambrosia dei Beati, che parmi impossibile che siano ancora lunghi i giorni di mia vita. Questo diceva il Comollo colla massima ilarità di volto in tempo che godeva ottima sanità, e si preparava per ritornare in Seminario.

Giovanni Bosco, “Memorie dell’Oratorio di S. Francesco di Sales dal 1815 al 1855″, con saggio introduttivo e note storiche a cura di Aldo Giraudo, Roma, LAS 2011.
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