Formazione animatori: per sapere chi essere

La rubrica “Formazione animatori” propone oggi un interessante testo di Mons. Domenico Sigalini che riguarda varie tipologie di persone ma anche di educatori. Una breve descrizione può aiutare ad una revisione del proprio agire come animatori.

animatore - work in progress

ANIMATORE: DALLA PARTE DELLE RAGIONI DI VITA

Una galleria di cristiani, tra cui si annida anche l’animatore. Tratto dal testo di D. Sigalini “Animatore: dalla parte delle ragioni di vita”

  1. Il camaleonte (un colore per ogni sfondo)

Essere cristiani è un fatto interiore, spirituale; certo ci sono dei comportamenti esterni che devi assumere, ma questi sono legati alla tua coscienza. Quando sei con gli amici non occorre dichiararsi; quando lavori, quando ti diverti, quando giri per le strade, quando studi non occorre continuamente fare professioni di fede. In parrocchia invece è diverso: lì ci vai apposta per crescere, per approfondire. Tra amici che la pensano come te, che sono in ricerca come te è utile dialogare esplicitamente di fede. Gli altri, quelli che incontri per strada, sono completamente fuori, non capirebbero mai. Non devo sempre vivere sulla breccia. Sono in pizzeria con la mia ragazza? Che c’entra la fede? Sono atto stadio a vedere la partita? Che c’entra Gesù Cristo? Sono al cinema? Che c’entra la Chiesa?

  1. Il talebano (guardare Dio dritto negli occhi: la realtà non esiste, gli altri ancor meno, soprattutto se non credenti o di altre religioni)

A me piace essere tutto d’un pezzo: oggi la Chiesa sta abbassando la guardia; chiede perdono a tutti, dialoga con tutti, si lascia costruire moschee dappertutto, si nasconde: occorre essere più grintosi. La nostra è la verità e va rispettata. Siamo tutti dei codardi: con la scusa della pace svendiamo i nostri valori. Meglio un mondo diviso, ma nella verità che un mondo unito nella menzogna. La fede è una bandiera da tenere alta; è più di una ideologia, ha la capacità di darti sicurezza, se la fai diventare una roccia su cui si sbriciola ogni falsità. La mia vita privata, i miei affari, i miei momenti di sfogo, le mie abitudini piccole, piccole, le mie vacanze alle Maldive, le mie navigazioni «anatomiche» in internet, sono fatti miei.

  1. Il nuovo pagano della New Age (legge Dylan Dog, crede alte congiunzioni delle stelle, coltiva le zanzare per rispettare la natura, compera le vipere da distribuire nel giardino di casa per riportarsi alla naturalezza dell’Eden)

Qualcosa di misterioso deve esserci in qualche parte: è troppo intrigante la vita, ci sono troppe coincidenze per dire che tutto è un caso. C’è sicuramente qualcuno che tira te fila. Guarda la natura: che regole, che prodigi, che misteri! Per me Dio è questa apertura all’aldilà, questa presenza di un essere superiore, magari legato alle costellazioni, magari scritto dentro i segreti della natura, o forse qualcosa come un fantasma. E’ qualcuno che non si mescola a noi, ma che ci tiene ad avere contatti. Ecco! I contatti sono la vera ricerca da fare, non tanto i sacramenti; questi ci aiutano a cambiare le nostre storie. Questo essere devo comunque tenermelo buono, tanto più che spero di essere più fortunato nel prossimo giro di reincarnazione che mi tocca.

  1. L’anima sul comodino (La vita col pilota automatico)

Molti giovani lasciano l’anima sul comodino la mattina quando si alzano e se la riprendono la sera quando vanno a letto. Lasciare l’anima sul comodino vuol dire che tutta la giornata è a sé, è una sequenza di casualità o di necessità, senza un orizzonte più ampio: è qualcosa da aspettare che finisca. La vera vita è quella che imposto io nella mia notte o nel mio giorno, ma in luoghi lontani dalle imposizioni degli adulti o dalle «rotture» delle relazioni obbligate. Se metti in gioco la tua vita, tutti te ne portano via un pezzo. Per vivere questa giornata basta inserire il pilota automatico in attesa di tempi migliori.

  1. Il cammello (evviva i tempi forti)

Sono un praticante: mi piace fare i miei doveri di cristiano. Nel mondo di oggi non è possibile mantenersi credenti se non ci si procura qualche tempo forte per la preghiera, la riflessione. La vita che conduciamo è tutta sbagliata, non ha senso, ci fa perdere concentrazione. Purtroppo bisogna pur viverla. Meno male che periodicamente ci si può ricaricare: una messa alla settimana, un ritiro nei tempi forti, una bella confessione da lavanderia, senza essere troppo assidui. La vita insomma è divisa in due momenti: alcuni che mi uniscono a Dio e altri che me ne allontanano; con questo risultato che durante la cattività mi nasce la nostalgia dei momenti di ricarica e durante questi ultimi ha la meglio la distrazione e la preoccupazione per tutte le cose che sto trascurando e che bisogna pur fare.

  1. Il cercatore di botole per tombini (qualche volta ci ho un gran «casino» e non capisco…)

Nella vita qualche volta ti prende una sorta di mal di stomaco e hai proprio giù la catena. Ti sembrava di avere trovato una certa calma invece ti assalgono dubbi a non finire: è bastata una discussione, una trasmissione, una debolezza di comportamento. Ti si apre dentro una inquietudine, dei desideri, delle domande e bisogna trovare risposta. Comportandomi cosi, la indovinerò? Sono tentato di farmi testimone di Geova. Loro sono belli tranquilli, sanno tutto, hanno una risposta a tutto. Non posso convivere con l’insicurezza; la ricerca mi mette stati ansiosi. A ogni domanda devo metterci sopra una risposta così sto tranquillo.

  1. Il concretone (fatemi lavorare di Iena, ma non fatemi pensare)

C’è invece chi dice che la vita si risolve nella concretezza, nel fare, nel produrre qualcosa di buono, di palpabile. Certo che occorre pensare e riflettere, ma non facciamo consistere il cristianesimo nel discutere su tutto, nell’inventare i problemi dove non ci sono… La fede è agire, spendersi, non stare con le mani in mano. La Caritas, meglio ancora l’operazione Mato Grosso, è l’unica cosa vera che fa la Chiesa, il resto sono chiacchiere. Sembra quasi che aspetti qualche alluvione o terremoto, evidentemente per gli altri, per mettere in atto la sua vocazione a far la Marta. In parrocchia dovrebbero costruire sempre qualcosa fatto di muri.

  1. Il «non toccatemi Padre Pio» (della serie Medjugoije, Milingo, Civitavecchia, per non finire con qualche finestra in cui si vede Gesù Cristo stesso in diretta…)

Lui ragiona così: io non ci ho mai creduto, ma qui c’è qualcosa. Mi hanno sempre fatto un sacco di catechismo e mi hanno stordito con Mosè, Davide, Sansone, robe di altri tempi. Qui invece si può vedere tutto. Alla televisione ti fanno stare a contatto con Dio in diretta. I momenti di catechesi sono molto moderni, sono televisivi: linguaggio delle immagini, accostamenti, interviste, domande, fotografie, uno speciale alla TV: Format per esempio, X-Files, Misteri. Prima o poi a Porta a Porta, sono sicuro che entra Lui.

  1. L’abitudinario (di buon senso si può morire)

Io ormai mi sono trovato il mio habitat. Non faccio del male a nessuno e spero che anche gli altri non lo facciano a me. Il buon senso ieri era caposcuola, oggi purtroppo non è neanche bidello. Il Vangelo mi mette a disposizione una buona ideologia di cui ho bisogno; la Chiesa è ancora una buona organizzazione, con un po’ di sana efficienza; la compagnia dell’oratorio mi mantiene un posto caldo e tranquillo; la fede mi dà qualche principio morale, senza troppi problemi di motivazioni e di salvezza gratuita; la preghiera è pur sempre un salvagente, e io ho sempre sul cruscotto la Madonna di Pompei e non un ferro di cavallo. Una risposta ai problemi innescati da queste figure è la spiritualità dell’amore alla vita

Domenico Sigalini, “Animatore: dalla parte delle ragioni di vita”, LDC 2004
(via donboscoland.it)

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Sito web ufficiale Donboscoland
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