Don Bosco 1815-2015: post #25

La terza decade (1846-1855) delle “Memorie dell’Oratorio” di Don Bosco comincia con il racconto dell’inaugurazione della storica Cappella Pinardi presso l’Oratorio di Valdocco…
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La nuova chiesa.

Sebbene questa nuova chiesa fosse una vera meschinità, tuttavia essendo pigionato con un contratto formale ci liberava dalle inquietudini di dover ad ogni momento emigrare da un luogo ad un altro con gravissimi disturbi. A me poi sembrava essere veramente il sito dove aveva sognato scritto: Haec est domus mea, inde gloria mea, sebbene fossero diverse le disposizioni del cielo. Non piccola difficoltà presentava la casa presso cui ci trovavamo; era casa d’immoralità; difficoltà eziandio per parte dell’albergo della Giardiniera, attuale casa Bellezza, dove si raccoglievano specialmente ne’ giorni festivi, tutti i buontemponi della città. Ciò nulla di meno potemmo tutto superare e cominciare a fare regolarmente le nostre radunanze.

Ultimati i lavori, l’Arcivescovo in data [10] aprile concedeva la facoltà di benedire e consacrare al divin culto quel modesto edifizio.
Ciò avveniva la domenica del [12] aprile 1846. Il medesimo Arcivescovo per mostrare la sua soddisfazione rinnovò la facoltà già concessa quando eravamo al Rifugio, cioè di cantar messa, fare tridui, novene, esercizi spirituali, promuovere alla cresima, alla santa comunione, e di poter eziandio soddisfare al precetto pasquale a tutti quelli che avessero frequentata la nostra Istituzione.

Il sito stabile, i segni d’approvazione dell’Arcivescovo, le solenni funzioni, la musica, il rumore di un giardino di ricreazione, attraevano fanciulli da tutte parti. Parecchi ecclesiastici presero a ritornare. Tra quelli che prestavano l’opera loro vuolsi notare, D. Trivero Giuseppe, T. Carpano Giascinto, T. Gio. Vola, il T. Roberto Murialdo, e l’intrepido T. Borrelli.

Le funzioni si facevano così. Ne’ giorni festivi di buon mattino si apriva la chiesa: e si cominciavano le confessioni, che duravano fino all’ora della messa. Essa era fissata alle ore otto, ma per appagare la moltitudine di quelli, che desideravano confessarsi, non di rado era differita fino alle nove ed anche di più. Qualcuno de’ preti, quando ce n’erano, assisteva, e con voce alternata recitava le orazioni. Tra la messa facevano la s. comunione quelli che erano preparati. Finita la messa e tolti i paramentali io montava sopra una bassa cattedra per fare la spiegazione del Vangelo, che allora si cangiò per dare principio al racconto regolare della Storia Sacra. Questi racconti ridotti a forma semplice e popolare vestiti dei costumi dei tempi, dei luoghi, dei nomi geografici coi loro confronti, piacevano assai ai piccolini, agli adulti ed agli stessi ecclesiastici che trovavansi presenti. Alla predica teneva dietro la scuola che durava fino a mezzo giorno.

Ad un’ora pom. cominciava la ricreazione, colle bocce, stampelle, coi fucili, colle spade in legno, e coi primi attrezzi di Ginnastica. Alle due mezzo si dava principio al catechismo. L’ignoranza in generale era grandissima. Più volte mi avvenne di cominciare il canto dell’Ave Maria e di circa quattrocento giovanetti, che erano presenti, non uno era capace di rispondere, e nemmeno di continuare, se cessava la mia voce.

Terminato il catechismo, non potendosi per allora cantare i Vespri si recitava il Rosario. Più tardi si cominciò a cantare l’Ave Maris Stella, poi il Magnificat, poi il Dixit, quindi gli altri salmi; e in fine un’Antifona e nello spazio di un anno ci siamo fatti capaci di cantare tutto il Vespro della Madonna.

A queste pratiche teneva dietro un breve sermoncino, che per lo più era un esempio, in cui si personificava un vizio o qualche virtù. Ogni cosa aveva termine col canto delle Litanie e colla benedizione del SS. Sacramento.

Usciti di chiesa cominciava il tempo libero in cui ciascuno poteva occuparsi a piacimento. Chi continuava la classe di catechismo, altri del canto, o di lettura, ma la maggior parte se la passava saltando, correndo e godendosela in varii giuochi e trastulli. Tutti i ritrovati pei salti, corse, bussolotti, corde, bastoni, siccome anticamente aveva appreso dai saltimbanchi, erano messi in opera sotto alla mia disciplina. Così potevasi tenere a freno quella moltitudine, la quale in gran parte potevansi dire: Sicut equus et mulus, quibus non est intellectus.

Debbo dire per altro che nella grande ignoranza ho sempre ammirato un grande rispetto per le cose di chiesa, pei sacri ministri ed un grande trasporto per imparare le cose di religione.

Anzi io mi serviva di quella smodata ricreazione per insinuare a’ miei 600 allievi pensieri di religione e di frequenza ai santi sacramenti. Agli uni con una parola nell’orecchio raccomandava maggior ubbidienza, maggior puntualità nei doveri del proprio stato; ad altri di frequentare il catechismo, di venirsi a confessare e simili. Di modo che per me quei trastulli erano un mezzo opportuno per provvedermi una moltitudine di fanciulli che al sabato a sera o la domenica mattina con tutto buon volere venivano a fare la loro confessione.

Giovanni Bosco, “Memorie dell’Oratorio di S. Francesco di Sales dal 1815 al 1855″, con saggio introduttivo e note storiche a cura di Aldo Giraudo, Roma, LAS 2011.
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