Don Bosco 1815-2015: post #26

All’inizio della terza decade (1846-1855) delle “Memorie dell’Oratorio” di Don Bosco, quando l’Oratorio di Valdocco inizia a far parlare di sé in città, il Vicario di Torino arriva a minacciarne la chiusura…
logo_bicentenario_don_bosco_2015_07Memorie dell’Oratorio
Di nuovo Cavour – Ragioneria – Guardie civiche.

Malgrado l’ordine, la disciplina e la tranquillità dell’Oratorio nostro, il Marchese Cavour, Vicario di città, pretendeva che avessero fine i nostri assembramenti, che egli chiamava pericolosi. Quando seppe che io aveva sempre proceduto col consenso dell’Arcivescovo, convocò la così detta Ragioneria nel palazzo vescovile essendo quel prelato allora alquanto ammalato.

La Ragioneria era una scelta de’ primari consiglieri municipali, nelle cui mani concentravasi tutto il potere della civica amministrazione. Il capo della Ragioneria detto Mastro di Ragione, primo Decurione od anche Vicario di città, in potere era superiore al sindaco.

Quando io vidi tutti quei magnati, disse di poi l’Arcivescovo, a raccogliersi in questa sala, mi parve doversi tenere il giudizio universale. Si disputò molto pro e contro; ma in fine si conchiuse doversi assolutamente impedire e disperdere quegli assembramenti, perché compromettevano la pubblica tranquillità.

Faceva parte della Ragioneria il conte Giuseppe Provana di Collegno, nostro insigne benefattore, e allora Ministro al Controllo generale, ossia delle Finanze presso al Re Carlo Alberto. Più volte mi aveva dato sussidii e del suo proprio ed anche per parte del Sovrano. Questo principe udiva assai con piacere a parlare dell’Oratorio, e quando si faceva qualche solennità leggeva sempre volentieri la relazione che io gli mandava scritta, o che il prefato conte faceva verbalmente. Mi ha più volte fatto dire che egli molto stimava questa parte di ecclesiastico ministero, paragonandolo al lavoro delle missioni straniere, esprimendo vivo desiderio che in tutte le città e paesi del suo stato fossero attivate simili istituzioni. Per buon capo d’anno soleva sempre mandarmi un sussidio di L. 300 con queste parole: Ai monelli di D. Bosco.

Quando venne a sapere che la Ragioneria minacciava la dispersione delle nostre adunanze die carico al prefato conte di comunicare la sua volontà con queste parole: E’ mia intenzione che queste radunanze festive siano promosse e protette; se avvi pericolo di disordine si studi modo di prevenirli e di impedirli.

Il conte Collegno, che silenzioso aveva assistito a tutta quella viva discussione, quando osservò che se ne proponeva l’ordine di dispersione e definitivo scioglimento, si alzò, chiese di parlare e comunico la sovrana intenzione, e la protezione che il Re intendeva di prendere di quella microscopica istituzione.

A quelle parole tacque il Vicario e tacque la Ragioneria. Con premura il Vicario mi mandò novellamente a chiamare e continuando il tono minaccievole e chiamandomi ostinato, conchiuse con queste benevole parole: Io non voglio il male di nissuno. Voi lavorate con buona intenzione, ma ciò che fate è pieno di pericoli. Essendo io obbligato a tutelare la pubblica tranquillità, io manderò a sorvegliare voi e le vostre radunanze. Alla minima cosa che vi possa compromettere io farò immediatamente disperdere i vostri monelli e voi mi darete conto di quanto sarà per avvenire.

Fossero le agitazioni, cui andò soggetto, fosse qualche malanno che già lo travagliasse, fatto fu che quella è stata l’ultima volta che il Vicario Cavour andò al Palazzo Municipale. Assalito dalla podagra, dovette soffrire assai e fra pochi mesi venne condotto alla tomba.

Ma per i sei mesi che visse ancora mandava ogni domenica alcuni arceri o guardie civiche a passare con noi tutta la giornata, vegliando sopra tutto quello che in chiesa o fuori di chiesa si diceva o si faceva.

– E bene, disse il Marchese Cavour ad una di quelle guardie, che cosa avete veduto, udito in mezzo a quella marmaglia?
– Sig. Marchese, abbiamo veduto una moltitudine immensa di ragazzi a divertirsi in mille modi: abbiamo udito in chiesa delle prediche che fanno paura. Si raccontarono tante cose sull’inferno e sui demonii, che mi fecero venir volontà di andarmi a confessare.
– E di politica?
– Di politica non si parlò punto, perché quei ragazzi non ne capirebbero niente. Credo tratterebbero bene l’argomento delle pagnottelle, intorno a cui ciascuno sarebbe in grado di fare la prima parte.

Morto Cavour non fu più alcuno del Municipio che ci abbia cagionato molestia, anzi ogni volta se ne presentò occasione il Municipio torinese ci fu sempre favorevole fino al 1877.

Giovanni Bosco, “Memorie dell’Oratorio di S. Francesco di Sales dal 1815 al 1855″, con saggio introduttivo e note storiche a cura di Aldo Giraudo, Roma, LAS 2011.
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