Papa Francesco agli educatori cattolici

papafrancesco_01Papa Francesco lo scorso 21 novembre, in Aula Paolo VI in Vaticano, ha parlato ai partecipanti al Congresso Mondiale promosso dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica. Ecco alcuni estratti significativi del suo discorso, spunti di riflessione preziosi per tutti noi che abbiamo fatto nostra la missione educativa del TGS Eurogroup.

“…Non si può parlare di educazione cattolica senza parlare di umanità, perché precisamente l’identità cattolica è Dio che si è fatto uomo. Andare avanti negli atteggiamenti, nei valori umani, pieni, apre la porta al seme cristiano. Poi viene la fede. Educare cristianamente non è soltanto fare una catechesi: questa è una parte… Educare cristianamente è portare avanti i giovani, i bambini nei valori umani in tutta la realtà, e una di queste realtà è la trascendenza. Oggi c’è la tendenza ad un neopositivismo, cioè educare nelle cose immanenti, al valore delle cose immanenti, e questo sia nei Paesi di tradizione cristiana sia nei Paesi di tradizione pagana. E questo non è introdurre i ragazzi, i bambini nella realtà totale: manca la trascendenza. … Occorre preparare i cuori perché il Signore si manifesti, ma nella totalità; cioè, nella totalità dell’umanità che ha anche questa dimensione di trascendenza. Educare umanamente ma con orizzonti aperti.”

“[Bisogna] cercare di fare ciò che ha fatto don Bosco. Don Bosco, ai tempi della più brutta massoneria del Nord Italia, ha cercato una educazione di emergenza. E oggi ci vuole una educazione di emergenza, bisogna puntare sull’educazione informale, perché l’educazione formale si è impoverita a causa dell’eredità del positivismo. Concepisce soltanto un tecnicismo intellettualista e il linguaggio della testa. E per questo, si è impoverita. Bisogna rompere questo schema. E ci sono esperienze, con l’arte, con lo sport… L’arte, lo sport, educano! Bisogna aprirsi a nuovi orizzonti, creare nuovi modelli… Ci sono tre linguaggi: il linguaggio della testa, il linguaggio del cuore, il linguaggio delle mani. L’educazione deve muoversi su queste tre strade. Insegnare a pensare, aiutare a sentire bene e accompagnare nel fare, cioè che i tre linguaggi siano in armonia; che il bambino, il ragazzo pensi quello che sente e che fa, senta quello che pensa e che fa, e faccia quello che pensa e sente.”

“E così, un’educazione diventa inclusiva perché tutti hanno un posto; inclusiva anche umanamente. Il patto educativo è stato rotto per il fenomeno dell’esclusione. Noi troviamo i migliori, i più selettivi – che siano i più intelligenti, o siano quelli che hanno più soldi per pagare la scuola o l’università migliore – e lasciamo da parte gli altri. Il mondo non può andare avanti con un’educazione selettiva, perché non c’è un patto sociale che accomuni tutti. E questa è una sfida: cercare strade di educazione informale. Quella dell’arte, dello sport, tante, tante… La vera scuola deve insegnare concetti, abitudini e valori; e quando una scuola non è capace di fare questo insieme, questa scuola è selettiva ed esclusiva e per pochi…”

“…Una cosa che aiuta è anche una certa e sana informalità rispettosa; e questo fa bene, nell’educazione. Perché si confonde formalità con rigiditàDove c’è rigidità non c’è umanesimo, e dove non c’è umanesimo, non può entrare Cristo! Ha le porte chiuse! Il dramma della chiusura incomincia nelle radici della rigidità. E il popolo vuole un’altra cosa, e quando dico popolo dico la gente, tutti noi, le famiglie… Vogliono convivenza, vogliono dialogo… Ma quando il patto educativo è rotto e c’è la rigidità, non c’è posto per il dialogo… non c’è posto per una universalità e una fratellanza.”

Cosa significa questo per i soggetti impegnati nella promozione dell’educazione?… Significa rischiare. Un educatore che non sa rischiare, non serve per educare. Un papà e una mamma che non sanno rischiare, non educano bene il figlio. Rischiare in modo ragionevole. Cosa significa questo? Insegnare a camminare. Quando tu insegni a un bambino a camminare, gli insegni che una gamba deve essere ferma, sul pavimento che conosce; e con l’altra, cercare di andare avanti. Così se scivola può difendersi. Educare è questo. Tu sei sicuro in questo punto, ma questo non è definitivo. Devi fare un altro passo. Forse scivoli, ma ti alzi, e avanti… Il vero educatore dev’essere un maestro di rischio, ma di rischio ragionevole, si capisce. Come ho tentato di spiegare adesso…”

Nessuno, nessuno può essere escluso dalla possibilità di ricevere valori, nessuno! E per questo, ecco la prima sfida che vi dico: lasciate i posti dove ci sono tanti educatori e andate alle periferie. Cercate lì. O almeno, lasciatene la metà! Cercate lì i bisognosi, i poveri. E loro hanno una cosa che non hanno i giovani dei quartieri più ricchi – non per colpa loro, ma è una realtà sociologica: hanno l’esperienza della sopravvivenza, anche della crudeltà, anche della fame, anche delle ingiustizie. Hanno una umanità ferita. E penso che la nostra salvezza venga dalle ferite di un uomo ferito sulla croce. Loro, da quelle ferite, traggono sapienza, se c’è un educatore bravo che li porti avanti. Non si tratta di andare là per fare beneficenza, per insegnare a leggere, per dare da mangiare…, no! Questo è necessario, ma è provvisorio. E’ il primo passo. La sfida – e io vi incoraggio – è andare là per farli crescere in umanità, in intelligenza, in valori, in abitudini, perché possano andare avanti e portare agli altri esperienze che non conoscono.”

“Patto educativo rotto, selettività, esclusione, eredità di un positivismo selettivo: queste cose si devono risolvere. E andare avanti, andare avanti con questa sfida… Andare alla periferia. Ma questo voglio sottolineare: andare in periferia non è soltanto fare beneficenza. E’, in educazione, portare per mano per la strada fino a dove possono. Ai Salesiani, a Torino, ho detto: “Fate quello che ha fatto Don Bosco, in quel tempo, dove c’erano tanti bambini di strada, tanti. Educazione d’emergenza. Educazione variegata”.

“…Vorrei finire invitando… gli educatori e le educatrici a ripensare – è un compito da fare a casa! ma da fare in comunità! – a ripensare le opere di misericordia, le 14 opere di misericordia; ripensare come farle, ma nell’educazione… Ma pensare: in quest’anno della Misericordia, misericordia è soltanto dare elemosina?, o nell’educazione, come posso fare io le opere di misericordia? Cioè, sono le opere dell’Amore del Padre… Come posso fare perché questo Amore del Padre che viene specialmente sottolineato in quest’Anno della Misericordia, arrivi nelle nostre opere educative?”

“E ringrazio tanto voi, educatori ed educatrici… ringrazio per quello che voi fate. Dobbiamo ri-educare tante civiltà. Dobbiamo ri-educare l’Europa.”

Papa Francesco

(fonte: www.vatican.va)

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