Formazione animatori: Scuola per animatori di giovani (prima parte)

Riapriamo la rubrica “Formazione animatori”, inaugurata dalle pagine del nostro blog negli anni scorsi, per parlare di animazione e formazione degli animatori e affiancare così il percorso formativo dei candidati Leader TGS Eurogroup per l’Estate TGS.
Quest’anno parliamo della figura dell’animatore riprendendo gli appunti della Scuola per animatori di giovani di Mons. Domenico Sigalini, pubblicati alcuni anni fa sul sito web del Movimento Giovanile Salesiano Triveneto http://www.donboscoland.it.

animatore - work in progress

I giovani vanno accolti perché sono giovani

Fiducia e stima per i giovani: scelta unilaterale.

Non si può iniziare a pensare alle giovani generazioni senza aver fatto una decisione previa, unilaterale, forse immotivata, controcorrente: quella di stare dalla parte dei giovani. S. Giovanni Bosco diceva: mi basta che siate giovani perché io vi voglia bene. Non si sarà mai posta sufficiente fiducia nelle giovani generazioni. Occorre invertire la tendenza generale alla lamentela e dare vita con tutti quelli che ci stanno a una costituente educativa.

Quali sono gli elementi che traducono concretamente questa fiducia?

  1. Una precomprensione obbligata: lettura appassionata dei giovani come ci ha insegnato a fare Papa Giovanni Paolo II

Ci viene in aiuto, anche come interrogativo per la nostra coscienza, il discorso di Giovanni Paolo II ai giovani Kazaki, domenica 23 settembre 2001.

Mentre tutti tentavano di mostrare i muscoli e venti di guerra soffiavano sul nostro pianeta (eravamo a pochi giorni dal famoso 11 settembre 2001), lui, il Papa, imperterrito, fragile, senza divisioni, approda nell’Eurasia, non solo terra tra l’Europa e l’Asia, ma nome dell’università di Astana, in Kazakhstan e qui incontra i giovani: E’ ancora Lui, il papa di Tor Vergata, che non si abbasserà mai a buttare in faccia le debolezze della vita, a spegnere le piccole speranze, ingenue e fragili. Per i giovani ha sempre e solo parole di grande dignità. “Chi sono io secondo te papa Giovanni”?, si immagina che gli chiedano. E lui risponde: “Tu sei un pensiero di Dio, tu sei un palpito del cuore di Dio, tu hai un valore in certo senso infinito, tu conti per Dio nella tua irripetibile individualità”. Non penso che tutti noi che ci interessiamo ai giovani abbiamo chiara questa prima immediata precomprensione. Se ci rivolgessero la stessa domanda che hanno fatto a lui: “chi sono io secondo te papà, mamma, insegnante, politico, allenatore, educatore, suora, prete? noi diremmo: siete una preoccupazione, non siete capaci di coerenza, siete svogliati nello studiare, vi manca lo spirito di sacrificio, siete smidollati, scansafatiche…Per il papa invece i giovani non sono massa di manovra, non sono statistiche, non sono contemporanei da cui difendersi, non sono bastardi perditempo, ma “i chiamati ad essere artefici di un mondo migliore”. Non sono solo parole per blandire, per accontentare, per lasciare nella solitudine, ma per fare salti di qualità. Nessuna realtà terrestre vi potrà soddisfare pienamente, la vostra vita ha come fine di essere “donata all’Altissimo”, come canta il poeta kazako Jussavi. In kazako, “ti amo” significa “io ti guardo bene, ho su di te uno sguardo buono”, proprio quello di Dio su ogni giovane.

“C’è un Dio che vi ha pensato e vi ha dato la vita”. E questa fede darà a tutti basi sicure per costruire l’edificio della vita e del mondo.

E’ il costante atteggiamento del Papa nei confronti dei giovani e un insegnamento che deve diventare parte del nostro interessarsi dei giovani da animatori. Lo possiamo accostare a tutte le altre affermazioni che costellano il felice rapporto del Papa coi giovani.

Non possiamo dimenticare il discorso del 7 dicembre 1965 di Paolo VI quando, a chiusura del Concilio e parlando appunto di esso, ebbe a dire: “Una corrente di affetto e di ammirazione si è riversata dal concilio sul mondo umano moderno. Il suo atteggiamento è stato molto e volutamente ottimista. Invece di deprimenti diagnosi, incoraggianti rimedi, invece di funesti presagi, messaggi di fiducia. I valori dell’uomo non solo rispettati, ma onorati…” Papa Giovanni Paolo II, che era presente ha iniziato subito a mettere in pratica il Concilio sostituendo alla parola mondo la parola “giovani”.

  1. Abolire la troppo pronunciata espressione “ai miei tempi”.

I giovani si sentono addosso le osservazioni icastiche di rivendicazione di superiorità dell’adulto, di umiliazione di fronte agli errori inevitabili della vita, di subdola soddisfazione perché le previsioni di discontinuità nell’impegno si avverano. Dire “ai miei tempi” non è una grande originalità, viene molto da lontano. Per esempio ecco lacune affermazioni storiche:

Nemmeno i tempi sono più quelli di una volta. I figli non seguono più i genitori!
(da un papiro egizio di 5000 anni fa)

Questa gioventù è guasta fino al midollo; è cattiva, irreligiosa e pigra. Non sarà mai come la gioventù di una volta. Non riuscirà a conservare la nostra cultura.
(da un frammento di argilla babilonese di 3000 anni fa)

Non nutro più alcuna speranza per il futuro del nostro popolo, se deve dipendere dalla gioventù superficiale di oggi, perché questa gioventù è senza dubbio insopportabile, irriguardosa e saputa. Quando ero ancora giovane mi sono state insegnate le buone maniere e il rispetto per i genitori: la gioventù d’oggi invece vuole sempre dire la sua ed è sfacciata.
(Esiodo, 700 avanti Cristo)

Il mondo sta attraversando un periodo tormentato. La gioventù di oggi non pensa più a niente, pensa solo a se stessa, non ha più rispetto per i genitori e per i vecchi; i giovani sono intolleranti di ogni freno, parlano come se sapessero tutto. Le ragazze poi sono vuote, stupide e sciocche, immodeste e senza dignità nel parlare, nel vestire e nel vivere.
(Pierre L’Eremite, predicando la prima crociata nel 1095)

“Voi cari amici… sarete all’altezza delle sfide del nuovo millennio”. Se ai miei tempi era così, voi ai vostri tempi saprete trovare la strada per fare meglio di noi.

Si sentono dire che hanno capacità di cambiare il mondo.

Per noi adulti frasi rivolte ai giovani, durante la famosa veglia di Tor Vergata del 2000, come: “mia gioia e mia corona”, sono solo citazioni di una Parola, forse un po’ ingessata in altri tempi; per i ragazzi è stato un atto di stima, di amore, di compiacenza, di connivenza.

Ripenso ai giovani in quella spianata in un ascolto attento, anche se decisamente non convenzionale, di quanto dice il Papa e pronti a un battimani scrosciante, rumoroso, convinto mentre dice: …”il Signore vi vuole bene anche quando noi lo deludiamo”. Il papa stesso a queste risposte immediate dirà: “questo non è stato un monologo, ma un vero dialogo”. Che voleva dire quell’applauso? Sicuramente i giovani si rendono conto di non essere mai all’altezza di un merito, ma devono sapere anche che Dio va oltre le debolezze, le cancella, non le vede, non le tiene in conto, si colloca su un piano superiore al classico do ut des, hai fatto male e quindi paghi, te l’avevo detto di stare attento, ma hai fatto di testa tua e sono contento che ti sia andata male.

Gesù è diverso, la fede cristiana non è la somma dei successi, ma delle continue proposte che Dio ci fa di ricominciare.

Il motivo per cui il Papa ha dato vita alle GMG è proprio questo, porre al centro della considerazione della Chiesa i giovani. Se non riusciamo a dialogare coi giovani a proporre loro la fede, il vangelo, non è soprattutto peggio per loro, ma peggio per noi che veniamo privati del grande dono di Dio che essi sono per l’umanità.

  1. Radicale fiducia nel giovane e nell’umanità.

Alla base c’è una radicale fiducia nell’uomo, la cui fonte ultima è essenzialmente religiosa. E’ confessione che, a partire dalla morte e risurrezione di Gesù, lo Spirito Santo anima nell’umanità una risposta positiva al disegno di salvezza di Dio, anche se dentro una congenita fragilità ed esperienza di peccato. Questa fiducia riguarda in particolare il giovane e si accende nell’incontro con lui: qualunque sia la sua situazione attuale; ci sono in lui risorse che, convenientemente risvegliate, possono far scattare l’energia per costruirsi. Bisogna allora valorizzare tutto ciò che di positivo il giovane porta come storia personale. La fiducia nell’uomo si estende anche a ciò che l’umanità ha prodotto nel tempo, sospinta verso il suo compimento, particolarmente dopo l’innesto divino che è avvenuto con Cristo: la cultura, la società, lo sforzo di umanizzazione, la comunità cristiana e la sua storia. Quello che, dal punto di vista umano, è «buono», etico, sociale e si trova nell’esperienza del giovane è collegato misteriosamente ad una fede germinale. Infatti nella storia e nella cultura, anche tra tante contraddizioni, affiorano anticipazioni del Regno di Dio: «Tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri» (Fil 4,8). Quello che i giovani possiedono e desiderano legittimamente viene riconosciuto, senza per questo cadere nel giovanilismo o abbassare le esigenze formative. Ne seguono l’apertura a tutti i giovani e l’accoglienza di tutto il giovane. Tutti possono fare un cammino. Si riconosce la presenza operante di Dio nella vita. Il processo di fede dunque, il più delle volte, comincia e in gran parte si svolge nei luoghi dove si sperimenta la vita, piuttosto che in quelli «della pratica religiosa».

Una comunità di cristiani deve allora sbilanciarsi dalla parte dei giovani, sentirsi orgogliosa di essi, investire un massimo di energie per il loro futuro, guardare loro con occhio benevolo, stimolarli sempre alla ripresa. Questo è vero per le parrocchie, per le diocesi, per la scuola, per il dialogo in famiglia, per il mondo sportivo e atletico, per le associazioni, per la società in genere.

Se vogliamo riassumere in un colpo d’occhio, una sorta di visione di insieme della vita giovanile, la potremmo immaginare come una generazione che viene continuamente collocata in una continua oscillazione tra due scelte ambedue possibili sempre, ma non ambedue giuste. E’ propensione all’oscillazione, alla sospensione, alla volontà di tenersi aperte molte porte, a rendere cangiante il colore delle proprie posizioni, dato anche da un continuo rimando dell’assunzione di responsabilità per la propria vita. Il mondo adulto ha spesso deciso nelle sue impietose descrizioni di collocare la loro scelta dalla parte negativa, con uno sguardo piuttosto icastico e impietoso.

Noi invece vogliamo guardare ai giovani almeno sotto il segno della ambivalenza, sapendo cioè che i loro comportamenti possono essere letti in vari modi; noi decidiamo di leggerne la vita sapendo che se la paragoniamo a un bicchiere probabilmente lo troviamo a metà, ma per un animatore è sempre mezzo pieno, mai mezzo vuoto.

  1. I giovani vivono una nuova concentrazione su di sè come soggetto

Per molti questo porta a un egoismo neoborghese alieno da qualsiasi interesse sociale, come tanti sondaggi dicono e paventano, per altri questa soggettività apre la giovinezza alla tanto agognata costruzione della propria singolarità personale di fronte a Dio, a Cristo e ai fratelli, e alla ricerca dello spazio della coscienza in un mondo che ti preferisce fatto in serie.

  1. I giovani danno spazio più ampio ai sentimenti

L’esito per molti osservatori è disgregazione della volontà operativa, rammollimento del carattere e incapacità di dare rigore logico alle proprie scelte, è prevalere di personalità deboli, estinzione del coraggio come scelta di vita giovanile, per altri è dare origine a una felice convergenza tra intelligenza della fede e coinvolgimento dei sentimenti per un figura equilibrata di credente, che aiuta a superare intellettualismi o magie, fuochi di paglia o elucubrazioni sotto cui si nasconde una incapacità di vivere la fede come esistenza vera.

  1. I giovani vivono e assolutizzano il presente

L’esaltazione dell’attimo che fugge, la voglia di avere tutto e subito, la necessità di vivere tutti i momenti in diretta può portare a ripiegarsi sull’istante, che diventa oggetto di un goloso godimento oppure può sfociare in un sano superamento dell’incanto per le utopie e dell’idolatria del passato, può aiutare i giovani a tenere i piedi per terra pur sognando alla grande un futuro migliore.

  1. I giovani hanno un innato istinto di stare assieme

Certo, cercare continuamente un gruppo o il gruppo del quartiere può portare a omologazione, a derive assurde, demenziali e può provocare inettitudine a una iniziativa propria, ma può anche significare poter stare per ore assieme, godendo quel minimo di socializzazione che è negato a molti giovani, che aiuta a uscire dalla solitudine, fa assumere spirito comunitario, relativizza le proprie fantasie.

  1. I giovani voglio essere felici subito e far festa

Molti guardano con sospetto la voglia di divertirsi come vacua euforia festaiola che consuma la sostanza del vivere quotidiano, che non aiuta ad affrontare la fatica, ad accettare l’ineluttabilità dell’elemento sacrificio nella vita di tutti. Ma voler essere felici con accanimento come i giovani lo vogliono essere subito, fa nascere e sviluppa una visione della vita non impostata solo sul dovere, sul precetto, sul lavoro, ma aperta a godere di Dio, della compagnia delle persone e delle cose.

  1. I giovani sono refrattari alla politica

E’ disimpegno perché prevale il particolare, ci si lascia ammaliare dai localismi, ci si riduce a rivendicazioni di proprietà o è necessaria spinta a una politica che sta morendo, incapace di rispondere in modo adeguato alle grandi sfide di oggi: troppo totalizzante e insieme inerme e passiva di fronte a evidenti contraddizioni e ingiustizie, più simile alla somma di tante solitudini che costruzione di comunità?

  1. I giovani hanno più domande religiose degli adulti

Sono domande che portano a un vago spiritualismo costruito su misura, come moda di fine secolo, come esasperazione della debolezza razionale delle nuove generazioni il cui punto finale è un nuovo paganesimo o è richiamo a una concezione della vita in cui la spiritualità, il trascendente, la collocazione corretta dell’uomo nel mondo è di fronte a un creatore non anonimo, in un rapporto personale e sconvolgente?

  1. I giovani vivono sempre più in rete, ma sempre più soli in spazi che sono “non luoghi”

Il rischio di restare senza identità, senza vere relazioni, senza appartenenza a una storia, su una piazza senza privacy, dove il pudore dei sentimenti è vietato è solo un versante della medaglia che offre dall’altra la possibilità di applicarsi a una umanizzazione dello spazio, a ricostruire comunità, perché la solitudine può diventare voglia e possibilità di prendersi in mano la vita, se gli adulti sapranno investire sui giovani come sul futuro dell’umanità.

Se scattano queste precomprensioni e si sviluppano nel mondo degli adulti questi atteggiamenti, la prima scelta da fare è quella di una costituente educativa.

Mons. Domenico Sigalini (via donboscoland.it)

(1/3 – continua)

Link correlati:

Sito web ufficiale Donboscoland
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