Formazione animatori: Scuola per animatori di giovani (seconda parte)

Prosegue la nostra rubrica “Formazione animatori” con gli appunti della Scuola per animatori di giovani di Mons. Domenico Sigalini, pubblicati alcuni anni fa sul sito web del Movimento Giovanile Salesiano Triveneto http://www.donboscoland.it.

animatore - work in progress

La costituente educativa

1. Gli spazi dell’informale

Esiste una esperienza oggi molto diffusa e che si allarga sempre più: la collocazione del meglio di sé della vita giovanile in spazi paralleli a quelli che istituzionalmente l’adulto gli mette a disposizione per crescere e diventare a sua volta adulto. Le migliori energie il giovane è costretto a spostarle di netto nei suoi spazi di vita, nei luoghi informali del suo crescere. Non la scuola, ma la strada; non la parrocchia, ma la compagnia; non la famiglia, ma gli amici; non il catechismo, ma le emozioni delle esperienze. E’ più facile trovarlo nei pub, nelle discoteche, nei centri commerciali, ai cancelli degli oratori o sui sagrati delle chiese, in strada, nella villa comunale, a fare le vasche sul corso. Qui mette tutte le sue energie per decidere, per scambiare, per confrontarsi, per farsi un’idea della vita, dell’amore, della fede, dello mondo, della giustizia. Alla madre racconta la sua vita con due o tre monosillabi al giorno, ai suoi amici con ore di telefonate o di chat e con mille sms. Ai maxi pigna della scuola affida qualche scritto estorto come dovere, alla mailing list o al suo diario affida quello che pensa e quello che sogna, le sue reazioni e i suoi progetti; al catechismo affida qualche risposta della serie: ti dico quello che secondo me tu ti vuoi sentire dire, agli amici svela i suoi doppi pensieri, i suoi “casini”, i suoi dubbi e le sue innocenti emozioni religiose. Ai corsi per l’orientamento comunica le sue domande, ma le risposte se le vuol sentire dal gruppo dei pari, dalla “latta” (l’automobile) sulla quale ricamerà di notte i suoi infiniti percorsi in cerca di amici. Agli spazi istituzionali porta il corpo, agli sms invece le sue reazioni e le sue emozioni. Gli adulti lo aspettano al varco con le parole e lui la sua anima la affida alle cuffie, ai ritmi, alla musica. Gli adulti vivono di giorno e dove sperano almeno di vederli e dire qualcosa, loro vivono e si esprimono soprattutto di notte.

Gli adulti si arrabbiano a morire per i tempi del suo virtuale, lui lì invece fa le prove per vedere che vita impostare; si esercita attraverso simulazioni con il rischio di non distinguere più la realtà dalla virtualità. Gli adulti gli chiedono la memoria, lui invece offre capacità di cercare in rete.

Gli adulti in genere si collocano negli spazi istituzionali e lui decide negli spazi informali. Superare questa frattura è una prima grande sfida sia del mondo educativo istituzionale, sia del rapporto più quotidiano e normale della vita di famiglia. Nessuno immagina di abbandonare le istituzioni che ci siamo dati per educare i giovani alla vita, ma occorre prendere almeno alcune decisioni:

2. Una cultura educativa senza spazi predefiniti.

Gli spazi della vita informale sono sfidati a diventare spazi educativi, cioè luoghi in cui gli adulti che li abitano si mettono a disposizione per offrire ragioni di vita. Le potenzialità dell’adulto al riguardo sono enormi, a partire dalla propria professionalità. I luoghi del tempo libero dei giovani sono organizzati da adulti, sono gestiti da adulti, sono orientati e impostati da adulti. Molti adulti fanno di queste presenze la loro professione, la loro ragione di vivere, la loro fonte di guadagno e il loro lavoro. Non si può dire che non ci mettano l’anima, perché ogni lavoro non è solo ricerca di guadagno, anche per l’adulto più smagato è imparentato con il senso della vita. Il problema è che non si pensa di dialogare con il giovane, di renderlo attivo e responsabile in questi momenti. Penso al mondo sportivo, al mondo della musica, delle varie espressioni artistiche, al mondo dell’intrattenimento, della informazione, dello svago semplice di una birreria o di un pub.

Possibile che non si riesca a stabilire una sorta di costituente educativa tra tutti questi adulti per esprimere il meglio di sé a aiutare i giovani a tirare fuori i propri valori per metterli in circolo? Se i giovani vanno a seppellire nella notte i loro sogni, ne svantaggia tutta la comunità degli uomini. Gli adulti che vivono lì hanno il dovere di creare ponti col giorno dell’umanità.

Questo esige che il mondo adulto si attrezzi diversamente, che metta la sua professionalità a disposizione di un dialogo e di un confronto, non pensi solo in termini manageriali al suo lavoro, o meglio ci pensi in termini manageriali intelligenti, perché anche il suo lavoro non potrà basarsi a lungo sullo sfruttamento del giovane come massa di manovra. Già lo stanno dimostrando la crisi delle discoteche o dei centri di divertimento superficiale.

3. L’adulto è per statuto antropologico educatore

Proprio a partire da questi spazi informali l’adulto viene aiutato a capire che essere educatore fa parte dello statuto del suo essere persona. Proprio perché sei adulto e non sei di fronte alla vita nella stessa posizione del giovane, hai obbligatoriamente ragioni di vita da proporre, hai una storia, un vissuto, una nostalgia del non essere mai stato all’altezza del compito, una esperienza che deve essere impiegata per loro. Questa è educazione. Non è travaso, né imbottigliamento, né tanto meno disprezzo o superiorità, ma ricerca del dono della vita, assieme e sempre nell’atteggiamento dell’apprendere. I luoghi della vita quotidiana hanno bisogno di adulti consapevoli di tale compito. Siamo passati da una stagione, tanti anni fa, in cui ogni adulto che un giovane incontrava era una occasione di confronto, magari troppo stretto e illiberale, ad una stagione in cui l’adulto è scomparso o latitante. Non è mio figlio, risponde male, io mi faccio i fatti miei, non gli hanno insegnato niente a scuola che vuoi che impari dalla vita? È viziato, hanno tutto… Potremmo continuare la litania delle scuse contro l’evidenza che ogni adulto nel confronto dei giovani è. Certo occorre anche esservi preparati. A questo riguardo la società in genere, ma anche la comunità cristiana sono inadempienti nel preparare adulti all’educazione (pensiamo a genitori per i figli, agli insegnanti per gli alunni oltre i contenuti scientifici, ai professionisti nel confronto dei giovani interessati alla loro professione, ai cristiani per l’educazione alla fede, agli allenatori per lo sport…).

 

Si avverte oggi il bisogno di appartenere a una realtà sociale in cui ogni adulto scopra e si riappropri della personale funzione educativa, non soltanto verso i suoi figli, ma verso tutti i giovani. E allora si possono individuare diversi interattori, che in base a una ridefinizione del loro ruolo siano in grado di assumersi delle responsabilità, siano aiutati e qualificati.

Prendiamo una cittadina qualunque. C’è una o più parrocchie, un oratorio, ci sono delle sale da gioco, ci sono dei bar, campi attrezzati per lo sport, la scuola, varie palestre, e la discoteca. Sono le nuove praterie dove i giovani vanno a piantare le loro tende per vivere.

Se si vuole il bene di questi giovani, si riescono a trovare alcuni elementi sui quali ci possiamo accordare con tutti: l’amore e il rispetto alla vita, la propria vita e quella degli altri, l’aiuto ad apprezzare profondamente sempre se stessi, la capacità di vivere e di stare con tutti, quel minimo di convivenza che fa parte della normalità dell’esistenza, lo sviluppare in tutti domande di senso della vita, dell’umanità, della società; gli interessi culturali, la solidarietà con i più deboli, che è una tipica capacità di espressione delle giovani generazioni ancor prima che un valore conquistato, la stessa dimensione religiosa che oggi è sempre più gettonata dal mondo giovanile. Io credo che su un denominatore comune che va approfondito e ricercato con serietà, soprattutto nelle sue istanze fondamentali dal punto di vista antropologico, si possa trovare una base di accordo con tutti, soprattutto una base di accordo con i giovani stessi che diventano protagonisti. Per arrivare a questo occorre fare il censimento di tutte le figure educative che si possono mettere a disposizione per aiutare i ragazzi a cercare e a vivere questi valori. La prima nebbia da dipanare è quella di ritenere che i classici animatori di gruppo siano gli unici educatori. Andiamo a cercare altre figure educative. Chi possono essere? Ci sono degli  enti: comune, scuola, famiglia, associazioni, parrocchia; ci sono adulti: genitori, professionisti, imprenditori, ricercatori, responsabili di associazioni ecc. Invece di adattarci a vedere gli adulti stare soltanto a criticare con uno stillicidio di stigmatizzazioni il mondo dei giovani, perché non riusciamo a coinvolgere tante di queste persone dentro un progetto educativo? La funzione educativa è diffusa e va sostenuta. Il primo obiettivo di un gruppo di educatori non è di fare attività per i giovani, ma per la comunità affinché si converta ai giovani. Vincere l’abitudine alla delega è un primo imperativo di ogni intento educativo.

Diceva il card. Tettamanzi al convegno sulla pastorale giovanile tenuto a Loreto del 1994: ‘E’ urgente inoltre la preparazione di figure diversificate di educatori, che vanno oltre le esperienze pur necessarie di gruppo. Occorre che aiutiamo la comunità cristiana a esprimere più figure educative. L’impegno tipico e qualificante di una Consulta o Commissione o Ufficio di pastorale dei ragazzi e dei giovani, ancor prima che l’attività con i ragazzi e i giovani, è di essere uno stimolo a tutta la comunità perché si spenda per i ragazzi e i giovani. Non si tratta solo di portare i giovani alla comunità cristiana, ma anche di portare la comunità cristiana ai giovani. La domanda educativa diffusa è molto esigente e si presenta come una sfida da accogliere con prontezza, decisione e coraggio, nella convinzione che l’educare è una missione fondamentale della Chiesa, che deve vivere in particolare tra i giovani e con i giovani’. A questo punto occorre avere il coraggio di fare proposte a molti adulti perché mettano a disposizione la loro esperienza in un dialogo educativo.

I giovani stessi devono essere attivi in questa costituente. Ci sono esempi di amministrazioni comunali che hanno mobilitato i giovani e spesso anche i ragazzi a rendere più vivibile l’ambiente di vita.

La costituente si presenta come un luogo di autodefinizione di ruoli o come un luogo permanente di elaborazione di attenzioni, di progettazione di proposte, di coinvolgimento di persone, di sensibilizzazione e preparazione di figure educative. E’ diversa dalla parrocchia e da una amministrazione civica. Ogni soggetto che fa parte di questa costituente è tenuto soltanto ai principi affermati e rimane libero nella gestione dei vari servizi. Non è un coordinamento di agenzie educative, ma soltanto il far prevalere nella vita sociale questa dimensione educativa, far esprimere cioè quelle condizioni irrinunciabili che si devono realizzare ovunque nei confronti delle giovani generazioni.

E’ importante dal punto di vista della comunità cristiana che si osi pensare che servire un progetto globale di educazione alla fede non è solo entrare in gruppo a fare catechesi, ma anche offrire spazi di accoglienza, luoghi sani per il tempo libero, mettere a disposizione una propria professionalità per la loro crescita, offrire spazi sportivi capaci di far convivere positivamente e non solo di far competere, apprezzare la loro generosità entro progetti anche ambiziosi in cui si possono misurare. I campi si ampliano a non finire purché si pensi a una fede incarnata, a un giovane aperto alla vita, a una vita piena solo se sa aprirsi alla fede.

Mons. Domenico Sigalini (via donboscoland.it)

(2/3 – continua)

Link correlati:

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